Referendum giustizia, la paura dei magistrati per la vittoria del sì

I magistrati del No alla separazione – tra cui quelli mediaticamente più noti, assoldati all’ultimo momento, come pupazzi nelle mani di ventriloqui dalle imbarazzanti “bufale” – ripetono, oramai solo a sé stessi, che la separazione delle carriere intaccherà l’autonomia della magistratura. Più che uno slogan è un epitaffio, che può valere per i nostalgici – rimasti veramente in pochi – delle comparsate televisive autoreferenziali dei magistrati, che, alternandosi nelle serate televisive, sono lasciati, sempre e rigorosamente, senza alcuna forma di contraddittorio. Ma, forse, quei magistrati del No hanno ragione a comportarsi così. Perché hanno il terrore di ciò che accadrà con la vittoria del Sì.

I Pubblici ministeri non potranno più decidere, in seno ai Consigli giudiziari, della vita professionale di quei Giudici che quotidianamente, solo applicando i princìpi del giusto processo, sentenziano la demolizione di inchieste sulle quali, magari, gli stessi Pubblici ministeri hanno messo la loro faccia in roboanti conferenze stampa. La magistratura correntizia – quella che, per dirla con il componente togato del CSM, il magistrato Andrea Mirenda, ha confiscato la sua indipendenza al magistrato mediante mille condizionamenti – non potrà più incidere sulle nomine di Procuratori della Repubblica e Presidenti dei Tribunali delle nostre città, né potrà più decidere della vita giudiziaria dell’intero Paese.

Ma la paura del Sì, che leggiamo negli occhi dei “magistrati del No”, è ancora altra: non riuscire a rispondere alla gente che chiede loro del motivo per cui alle 1.000 persone riconosciute ogni anno, in Italia, quali vittime di ingiusta privazione di libertà, dunque incarcerate o comunque arrestate per errori commessi da magistrati, corrispondano zero procedimenti disciplinari nei confronti degli stessi magistrati che hanno errato.

Mano ai numeri: su 4.920 arresti ingiusti negli ultimi 5 anni, sono 9 le sanzioni disciplinari per i magistrati “poco attenti”. Il Procuratore Gratteri sa che, nel solo 2022, su circa 27 milioni di euro erogati da tutte le Corti di Appello italiane per “riparare” le vittime di ingiuste privazioni di libertà, quasi la metà, 11,5 milioni, proviene dai distretti di Catanzaro e Reggio Calabria. Con ciò non si vogliono negare i meriti che la Magistratura e le forze di polizia, con immani sforzi, hanno avuto e continuano ad avere nell’accertamento delle più svariate forme di illegalità e criminalità organizzata. Ma il Procuratore Gratteri sa che in questa Calabria “eternamente giudiziaria”, con una inchiesta da lui coordinata, è stata istituzionalmente e politicamente distrutta la figura del Presidente della Regione On.le Mario Oliverio, non un reo, bensì la vittima, come scritto dai Giudici della Suprema Corte di Cassazione, di un “chiaro pregiudizio accusatorio”.

Questi sono i numeri veri, concreti che vorremmo ascoltare dal Procuratore Gratteri anziché le bufale recentemente suggeritegli da qualche cattivo consigliere. Perché dietro questi numeri ci sono le tragedie di vite spezzate con cui, si è certi, i cittadini si confronteranno quando sceglieranno di votare Sì alla separazione.