Le ragioni di un Sì
Referendum giustizia, la raccolta firme per ritardare il voto non aiuta neanche chi voterà NO
La campagna referendaria sulla riforma Nordio è entrata oramai nel vivo, assumendo, come era sin troppo facile attendersi, visti i precedenti, toni da “guerra di religione” più che di sano confronto costruttivo a beneficio dell’opinione pubblica. Nelle ultime settimane, in uno scenario reso complicato giorno dopo giorno da una certa dilagante (dis-)informazione, si è dato avvio ad una raccolta di firme, che le Camere Penali in un loro documento non hanno esitato a definire “strana”, diretta a richiedere il referendum popolare già richiesto dai membri del Parlamento.
Referendum giustizia, una raccolta firme per ritardare il voto
È evidente lo spirito meramente dilatorio sotteso a questa iniziativa, promossa allo scopo di ritardare il momento del voto nella speranza che il tempo possa determinare un sovvertimento dei pronostici, sempre ammesso che questi ultimi possiedano una qualche attendibilità in materia. Si sono azzardate sulla stampa quotidiana ricostruzioni, di certo suggestive e anche autorevolmente formulate, rivolte ad attribuire alla disposizione costituzionale un significato che, invero, non le appartiene, forzando il suo tenore letterale (i nostri Padri dicevano «in claris non fit interpretatio»). L’art. 138, comma 2 Cost., difatti, in maniera inequivoca, pone su un piano alternativo i diversi soggetti titolari del potere di iniziativa, stabilendo, altresì, che il termine ivi previsto sia un termine finale («entro tre mesi») che non deve, pertanto, decorrere necessariamente per intero. In questo caso, essendo il referendum già stato richiesto, la raccolta di firme in corso si configura come uno strumento giuridicamente inutile, oltre che, per i motivi osservati, del tutto privo di copertura costituzionale, in quanto indirizzato a conseguire un risultato già in essere, con il malcelato obiettivo di rimandare l’indizione del voto per sole finalità ostruzionistiche.
I costi sulla collettività
Si tratta, evidentemente, di un interesse né concreto né attuale e, quindi, non meritevole di tutela ai fini dell’ordinamento giuridico, poiché i diritti di partecipazione dei cittadini risultano ampiamente soddisfatti dall’avvenuta richiesta del referendum, la sede qualificata nella quale gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi sul quesito, manifestando la propria eventuale contrarietà alla riforma. Ed anzi, promuovere una raccolta di firme, animata unicamente da intenti strumentali e ad opponendum, appare in contrasto proprio con i doveri inderogabili di solidarietà politica affermati dall’art. 2 Cost., esponendo, peraltro, gli uffici competenti a costi non trascurabili che ricadranno, come sempre, sulla collettività.
Mobilitare l’elettorato
Mobilitare l’elettorato con un’iniziativa che allontana dai veri contenuti dell’ordinamento giudiziario non contribuisce certamente ad instaurare quel corretto clima di vigilia democratica che il procedimento di revisione costituzionale, con la scansione delle fasi che prevede, dovrebbe presupporre e, a ben vedere, non rende nemmeno un buon servizio alla stessa causa del no, spostando il livello del dibattito su un piano avulso dal merito dei temi implicati dalla riforma. L’auspicio è che al più presto, una volta archiviata questa questione procedurale, si possa entrare finalmente nel vivo delle argomentazioni a favore e contrarie alla riforma, nell’esclusivo interesse del popolo italiano, nel cui nome, non dimentichiamolo, dev’essere amministrata la giustizia.
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