Che il dibattito sulla separazione delle carriere potesse andare in vacca era prevedibile. Meno prevedibile era che a perdere lucidità fosse proprio l’Associazione Nazionale Magistrati, cioè l’istituzione che più di ogni altra avrebbe dovuto presidiare il terreno del merito e della responsabilità istituzionale. E invece no. L’ANM ha scelto di buttarsi nella mischia con un coinvolgimento così livoroso da trasformarsi, di fatto, nel principale agente di avvelenamento dei pozzi di questa campagna referendaria.

Gli slogan sono ormai noti: la riforma come regalo ai potenti, l’immunità per i politici, la magistratura imbavagliata, la fine dell’equilibrio dei poteri. In questa narrazione, se si “toglie potere” alla magistratura – come se la separazione delle carriere lo facesse – quel potere finisce automaticamente al governo, che potrà controllare i pm, neutralizzare le notizie di reato. È il catechismo del No: tre poteri, uno va indebolito, gli altri due si rafforzano. Peccato che nulla di tutto questo abbia a che vedere con il testo della riforma. Si arriva così a sostenere che la separazione delle carriere servirebbe a proteggere Santanchè, le leggine ad personam, le riformine sulla Corte dei conti, perfino a spiegare perché un giudice di pace a Busto Arsizio rinvia le udienze al 2032. Tutto diventa colpa della riforma Nordio, tutto si tiene, tutto si confonde. E l’ANM, che dovrebbe custodire il linguaggio della precisione giuridica, tace. Nessuno che dica: per favore, fermiamoci, stiamo dicendo sciocchezze.

La separazione delle carriere continua intanto a essere descritta come uno strumento per “controllare le notizie di reato”, per creare una giustizia diversa tra politici e cittadini comuni. Una legge non più uguale per tutti, ma piegata ai rapporti di forza. “Fa comodo anche a voi”, avrebbe detto Nordio alla Schlein: frase trasformata in prova del complotto, non in spunto di discussione sul merito. Anche qui, silenzio. Nessuna bacchettata. Nessuna presa di distanza. Il salto ulteriore è quello istituzionale: la riforma sarebbe stata blindata, il Parlamento ridotto a passacarte, i componenti laici dei futuri Csm scelti dal governo, mentre una fantomatica proposta di Forza Italia per sottrarre la polizia giudiziaria al pm e consegnarla al Viminale chiuderebbe il cerchio dell’assoggettamento della magistratura alla politica. Un collage di piani diversi, norme inesistenti e timori apocalittici che diventa però argomento morale: votare No come dovere civile. Anche qui, nessuno che richiami all’ordine.

In questo clima, il punto di rottura arriva quando l’ANM denuncia le Camere penali accusandole di un presunto tentativo di indottrinamento degli studenti, ipotizzando addirittura un colpo di mano didattico orchestrato con il ministro della Giustizia. Una vicenda inesistente, che per qualche ora ha ammorbato i giornali schierati per il No. Ed è qui che il cortocircuito diventa evidente. Perché mentre si gridava allo scandalo contro un indottrinamento immaginario, nessuno sembrava turbato da un fatto reale e documentato: in un liceo scientifico statale, il “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria, viene adottato un manuale di diritto che presenta la separazione delle carriere come un attacco all’indipendenza dei giudici. Una tesi ideologica, priva di fondamento giuridico, somministrata come verità neutra a studenti del biennio. Quella sì è propaganda. Quella sì è scuola piegata a una narrazione politica. Ma curiosamente non disturba nessuno.

Sul versante politico, il quadro non è meno desolante. Il Partito democratico ha affidato di fatto la narrazione della campagna per il No a figure come Angelo D’Orsi, assurto a frontman mediatico della battaglia contro la riforma. Un professore che, mentre pontifica sulla deriva autoritaria italiana, non ha mai nascosto simpatie per Putin né indulgenze verso Maduro: due dittatori, il primo sanguinario aggressore di un Paese sovrano, il secondo responsabile della repressione di centinaia di dissidenti e dell’esodo di milioni di venezuelani. È questa la voce che dovrebbe difendere lo Stato di diritto? Anche qui, nessuna parola di imbarazzo, nessuna presa di distanza. Tutto è consentito, purché serva alla causa del No. La stessa perdita di misura si ritrova nella vicenda, ormai surreale, che ha visto protagonista Nicola Gratteri. Dopo essere stato presenza fissa nei talk show e dopo aver sostenuto pubblicamente, insieme a Marco Travaglio, la bontà del sorteggio per il Csm – definito “la mamma di tutte le riforme”, anche a costo di cambiare la Costituzione – il procuratore di Napoli arriva ad annunciare una denuncia contro Fratelli d’Italia per aver rilanciato un video che lui stesso aveva registrato. Un cortocircuito grottesco: prima si alimenta il circuito mediatico, poi si pretende di controllarne l’uso politico. Anche qui, dall’ANM, nessun richiamo alla sobrietà.

Il recinto, a questo punto, è definitivamente aperto. C’è chi evoca il “sogno di Gelli” senza aver mai letto il Piano di rinascita democratica, dimenticando che l’unica riforma certamente prevista da quel documento – la riduzione del numero dei parlamentari – è stata realizzata dal Movimento 5 Stelle con il sostegno entusiasta di Marco Travaglio. Ma su questo, curiosamente, nessuno grida al golpe. Il delirio arriva al punto che, tra magistrati compiacenti e opinionisti fuori controllo, qualcuno sostiene che con la vittoria del Sì arriverà in Italia l’ICE, la polizia federale americana vista all’opera nelle strade degli Stati Uniti. A quel punto il dibattito è finito: non siamo più nella critica, ma nell’immaginazione cinematografica.

Ecco allora l’immagine che resta: un’Associazione nazionale magistrati chiusa in un panino micidiale, schiacciata tra populismo giudiziario e ideologia tossica, incapace di distinguere le lucciole dalle lanterne. E mentre denuncia indottrinamenti che non esistono, lascia passare quelli veri. Perdendo, insieme alla misura, anche la lucidità che dovrebbe essere il suo primo dovere istituzionale. Resta solo da augurarsi che il corpo elettorale sappia distinguere il merito dal frastuono e risparmiare al Paese le macerie di questo delirio.

Pasquale Motta

Autore