Referendum giustizia, l’ex ministro Salvi: “La sinistra garantista voti Sì contro la deriva giustizialista. I princìpi democratici vengono salvaguardati”

CESARE SALVI POLITICO

A margine dell’evento promosso dal Comitato SìSepara della Fondazione Luigi Einaudi, che si è tenuto alla Biblioteca Comunale di Maddaloni (CE) su iniziativa dell’Avv. Gennaro Iannotti, abbiamo intervistato Cesare Salvi, già ministro della Repubblica ed esponente storico della sinistra italiana. Il confronto si è sviluppato attorno ai nodi centrali del referendum e sulle implicazioni politiche di una consultazione che, da tema tecnico-costituzionale, è rapidamente divenuta terreno di scontro identitario. Ne è emersa una riflessione che intreccia storia politica, diritto costituzionale e attualità, offrendo una lettura non convenzionale rispetto agli schieramenti tradizionali.

Perché un ex esponente del Partito comunista italiano voterà Sì al referendum?
«Non sono il solo in questo, anche giuristi costituzionalisti prestigiosi come Augusto Barbera e Antonio Baldassarre hanno fatto la stessa scelta. La ragione è che noi vediamo che in questa riforma da un lato, come si sente dire, non c’è nessun attacco all’indipendenza e all’autonomia dei magistrati di entrambe le categorie, e dall’altro la considero un seguito di riforme di segno progressista iniziate con il “processo Vassalli” e proseguite con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione che fu una riforma bipartisan».

La sinistra ha storicamente rivendicato una cultura riformatrice della giustizia. Perché, di fronte a una proposta che punta a ridurre il peso delle correnti, prevale una posizione difensiva dell’assetto esistente?
«Non sempre a sinistra, così come a destra, c’è stata la prevalenza del garantismo: ci sono state frequenti oscillazioni anche sul versante giustizialista. C’è una sinistra massimalista che ha sostenuto posizioni garantiste: in questo momento sta prevalendo una sinistra giustizialista soprattutto per ragioni politiche, andando a prescindere contro il governo Meloni».

Il sorteggio viene descritto dai contrari come un rischio per l’autogoverno della magistratura. Ma non è vero che il sistema attuale ha prodotto una concentrazione di potere nelle correnti che ha inciso sulla credibilità dell’istituzione?
«È vero che c’è chi parla di autogoverno della magistratura ma è una definizione impropria, la definizione corretta ci è stata fornita da tempo dalla Corte costituzionale: si tratta di un organo di rilievo costituzionale, non un organo di governo o autogoverno. Per quanto riguarda il ricorso al sorteggio, in questo momento, si può definire come la soluzione “meno peggiore” perché – come abbiamo potuto vedere – all’interno del Csm è prevalsa una situazione nella quale le correnti dell’Anm, ad esempio, contrattavano nomine, trasferimenti e procedimenti disciplinari come si fa in politica, fra loro e con i partiti. Con il sorteggio si intende ovviare a questo grave inconveniente».

Se il centrodestra vince la battaglia simbolica sulla riforma, la sinistra rischia di apparire come forza conservatrice. Ci si può davvero definire progressisti se si è così ostinati nel difendere l’esistente?
«Essere conservatori nei confronti della Costituzione può anche essere un atteggiamento positivo, qualora alla Costituzione fossero rivolti attacchi che ne dovessero mettere in discussione i princìpi democratici rilevanti. Ma non è questo il caso: questa riforma rientra perfettamente nel quadro dei princìpi democratici previsti dalla nostra Costituzione. In particolare, costituisce un’attuazione del principio posto dal nuovo testo del secondo comma dell’art. 111 della Costituzione, che distingue la posizione delle due parti, difesa e accusa, poste sullo stesso piano dinanzi a un Giudice terzo e imparziale. A mio avviso queste definizioni (conservatori, progressisti) lasciano il tempo che trovano, ci sono progressi che possono piacere e altri che possono non piacere. Su questo tema mi sarei aspettato una posizione più attenta alle ragioni del garantismo, che dovrebbero essere a cuore a chi ha posizioni di “sinistra” perché riguardano il diritto alla difesa, soprattutto destinato a tutelare i cittadini più deboli della società che non hanno altri strumenti per difendersi dal “potere”, non solo politico, ma anche economico e finanziario privato».

Se domani il governo cambiasse colore ma il testo fosse identico, il Pd voterebbe allo stesso modo? In altre parole: la posizione è davvero di merito o è condizionata dal contesto politico?
«Certamente è diventato uno scontro politico, purtroppo, perché bisognerebbe stare nel merito della riforma. Anch’io sono contrario al centrodestra ma i conti con la presidente Meloni si faranno nel 2027 quando ci saranno le elezioni politiche. Adesso bisognerebbe stare nel merito, ma purtroppo da entrambe le parti noto una grande difficoltà».