Il Sì è in vantaggio, ma la debolezza comunicativa rischia di favorire il No nelle ultime settimane di campagna elettorale. Chi sostiene la separazione delle carriere è impegnato a promuovere la riforma entrando nei particolari e nei tecnicismi. Pratica corretta e leale, ma non sufficiente per ampliare la platea degli elettori. Soprattutto perché il No sta politicizzando l’appuntamento e sta mobilitando la propria base. Ne parliamo con Renato Mannheimer, sociologo e sondaggista di Eumetra.
Professore, partiamo dai numeri: gli italiani sono favorevoli al referendum?
«L’ultimo sondaggio dà il Sì al 52,5% e il No al 47,5%. È un margine abbastanza ridotto, troppo poco per cantar vittoria. Va detto che la settimana precedente il Sì era il 51,5%, quindi è salito dell’1% in sette giorni. Ma bisogna aggiungere anche che alla fine di dicembre era arrivato al 55%. Insomma, il Sì è diminuito un po’. Al contrario, la politicizzazione impressa dalla campagna del No ha favorito in queste ultime settimane il No».
Si pone un problema di comunicazione: il Sì spiega nei dettagli la riforma, ma l’eccesso di tecnicismi rischia di respingere gli elettori. È un presentimento che ha riscontrato anche lei o è un falso allarme?
«Non è un problema, è un agire corretto perché nel referendum noi siamo chiamati non a votare per dei partiti ma nel merito dei quesiti. Quindi entrare nel merito dei quesiti è corretto. Certo, di fronte alla politicizzazione della campagna questo sembra non più sufficiente. Bisognerebbe che entrambi non facessero i tremendi spot che abbiamo visto di recente con la strumentalizzazione di ogni avvenimento. Questo è successo sia da una parte che dall’altra. Bisogna stare sul contenuto».
Spiegare ai cittadini concretamente cosa cambierebbe nella quotidianità. Bene, ma come si fa?
«Il Sì deve rispondere alle accuse del No. Io continuerei a parlare del merito delle cose. Il problema di questo referendum è che nella quotidianità di ciascuno di noi non cambia tantissimo. Cambia nell’eventualità che tu sia sottoposto a giudizio. In quel caso avresti, secondo i sostenitori del Sì, una maggiore indipendenza e neutralità del giudice. E questa probabilmente è una cosa da sottolineare».
Nel fronte del No, al contrario, c’è l’eccesso di strumentalizzazione: «Votiamo No per mandare a casa il governo Meloni». È un boomerang?
«Come sappiamo, il governo – anche se vince il No – non va a casa. Almeno la presidente Meloni ha dichiarato così, è diverso dai tempi di Renzi. Io credo che questo sia un argomento molto buono per il No, sta al Sì poi far mobilitare il proprio elettorato. Ma io la vedo pericolosa una tensione, un combattimento tutto sul governo. Certo, dal punto di vista comunicativo capisco le due esigenze opposte, però è pericoloso per entrambi fare un referendum sul governo. Poi così si snatura la portata del referendum, che è di intervenire nel merito delle cose».
Veniamo alla percezione: gli italiani cosa pensano quando vedono che le toghe vanno sulle barricate per difendere il Sistema? Appena si nominano il sorteggio e l’Alta corte disciplinare, scatta il panico nella magistratura…
«L’opinione pubblica in generale non segue tanto le posizioni dei singoli magistrati. Quelle dei giornalisti le vedono, le sottolineano, ma non è che hanno grandi effetti sul voto queste uscite di singoli magistrati. Hanno effetto solo su una parte dell’elettorato. Un assist per il Sì può arrivare dal fatto che la gente si fida poco dei magistrati: i magistrati hanno una popolarità bassa, molto più bassa di un tempo. Più dei politici, ma bassa. E quindi comunicare il Sì come una cosa che in qualche modo regoli la magistratura può essere visto positivamente».
Insomma, bisogna condurre una battaglia comunicativa contro la magistratura?
«Forse non attaccando la magistratura, ma sottolineando i limiti, il fatto che tanti processi siano poi finiti nel nulla, la necessità di un maggiore controllo potrebbe avere un suo effetto. Ripeto: il referendum dovrebbe essere nel merito. Non è un referendum pro o contro la magistratura: è un referendum che riforma alcuni aspetti del nostro ordinamento».
