Referendum giustizia, Mastroeni dalla toga al Sì: “Correnti da strapotere, molti voteranno seguendo solo gli ordini di scuderia”

Magistrato per 39 anni, sostituto procuratore generale a Caltanissetta nei processi Borsellino e Livatino, poi impegnato nei grandi procedimenti contro la ’Ndrangheta di Gioia Tauro e infine nel processo Mare Nostrum a Messina, Salvatore Mastroeni si è dimesso dalla magistratura all’epoca dello scandalo Palamara.

Perché decise di lasciare la magistratura con lo scandalo Palamara?
«Mi vergognavo. Gli altri cinquecento nominati a incarichi direttivi grazie a Palamara sono rimasti al loro posto, tutti rispettati. Io me ne sono andato. Condannare sempre i soliti quattro disgraziati e vedere che altri erano intoccabili mi faceva male. Con il caso Palamara ho capito che si trattava di un sistema radicato: se non mandavi i “torroncini” giusti non venivi nominato. Avevo già lasciato le correnti anni prima, poi anche l’Associazione nazionale magistrati. Da quel momento le mie istanze di promozione — pur con titoli oggettivamente straordinari — non venivano più votate da nessuno. Ho capito che era tempo di andarmene».

Nino Di Matteo, per questa dinamica, ha parlato di un sistema paramafioso dentro la magistratura…
«Lui lo può dire. Io preferisco spiegare cosa c’è sotto. Il primo problema è l’assoluta mancanza di conoscenza dei quesiti referendari: pochissima preparazione sul tema. Sarà un referendum che molti affronteranno seguendo ciecamente gli ordini di scuderia. Ed è un peccato».

C’è anche molta confusione storica, dice lei.
«Ho studenti che mi dicono che voteranno No perché altrimenti ‘torna il fascismo’. Molti ragazzi non sanno nemmeno chi fosse Grandi: era un ministro di Mussolini. Il sistema che tiene insieme giudice e pubblico ministero nasce proprio da lì. Se accorpi PM e giudice è più facile controllarli. La cosa paradossale è che nella Costituzione è previsto il giudice terzo, e quella norma nasce da una grande battaglia della sinistra per il giusto processo. La impose un partigiano, il professor Vassalli. Eppure oggi molti pensano che separare le carriere significhi fascismo. Si confondono le carte».

Qual è allora il vero nodo della giustizia italiana?
«Le correnti. Non sono più luoghi di confronto culturale o ideologico: sono gruppi di potere con affinità politiche parallele ai partiti. Grazie a queste affinità si nominano i giudici “affidabili”. Ci sono state correnti che dichiaravano apertamente: “Quella persona non deve andare avanti”. Nessuno si scandalizzava. Ci sono stati gli incontri all’hotel Champagne, dove politici e consiglieri decidevano chi dovesse diventare procuratore».

Chi sostiene il No dice che le riforme rischiano di assoggettare la magistratura alla politica.
«È il grande paradosso. Nel referendum non c’è alcuna norma che preveda la subordinazione della magistratura alla politica. Eppure oggi si difende proprio un sistema che consente alla politica di influenzare i giudici attraverso il meccanismo delle correnti. Si combatte per mantenere quell’assoggettamento».

Quanto pesa davvero il ruolo dei procuratori?
«Moltissimo. Si parla sempre del giudice, ma il giudice celebra soltanto i processi che gli porta il pubblico ministero. Il vero dominus è il procuratore: decide cosa si fa e cosa non si fa. Se una corrente riesce a nominare il procuratore giusto, l’azione penale può partire contro qualcuno e non partire contro qualcun altro».

Esiste anche il potere di non procedere.
«È un potere enorme e quasi sconosciuto. Un procuratore che per ragioni di affinità politica decide di non esercitare l’azione penale può mettere una denuncia nel cosiddetto modello 45 e tutto finisce lì. Nessun controllo. Si fanno indagini minime, si chiede l’archiviazione e la si ottiene. L’obbligatorietà dell’azione penale diventa pericolosa quando la politica influenza la nomina dei procuratori».

C’è poi la questione delle misure cautelari e del ruolo del GIP.
«Se un procuratore presenta una richiesta di misura cautelare di 13 mila pagine, il GIP — spesso giovane e solo — deve decidere da solo. È evidente come finisce: si accoglie la richiesta, perché è difficilissimo opporsi al procuratore di prestigio. Poi in Cassazione il 95 per cento di quelle persone arrestate e distrutte viene assolto. Per garantire maggiore indipendenza reale il GIP dovrebbe appartenere a un altro distretto, così da non subire il peso del procuratore locale».