Antonio Saraco, magistrato e consigliere di Cassazione, rompe il silenzio. Dopo le dimissioni pubbliche dall’ANM e la netta presa di distanza dalla campagna referendaria della stessa Associazione, spiega perché sostiene il “sì” al referendum costituzionale. Per lui, la riforma completa il modello accusatorio e rafforza il giusto processo. In questa intervista per PQM, Saraco chiarisce i punti chiave della riforma e smonta alcuni equivoci diffusi nel dibattito pubblico.

Dottore Saraco, la sua scelta di dimettersi pubblicamente dall’ANM ha stupito molti, vista la sua riservatezza. Da una parte si sostiene che l’Associazione sia diventata troppo politicizzata; dall’altra si difende il suo ruolo come luogo di rappresentanza dei magistrati. Come stanno davvero le cose secondo lei?

Quando paghi per affiggere manifesti che dicono al cittadino che con la riforma costituzionale la magistratura sarà soggetta al potere esecutivo e di questo, però, non c’è traccia nel testo normativo che, anzi, dice il contrario, tu hai già fatto una scelta di campo, hai scelto di essere un soggetto politico.

Sul referendum si dice che la riforma separi le carriere di giudici e pubblici ministeri per rafforzare la terzietà del giudice, ma alcuni temono che ciò indebolisca il PM o frammenti il corpo giudiziario. Qual è la sua valutazione?

La risposta non può che essere collegata a quanto ho appena detto e si giunge all’una o all’altra conclusione a seconda che si decida di leggere il testo normativo, dandone una valutazione tecnica e oggettiva, oppure si preferisca esprimere un’opinione politica, soggettiva, per partito preso. Io leggo un articolo 111 della Costituzione che mi dice che un processo è giusto se è celebrato davanti a un giudice terzo, equidistante da accusa e difesa. A me pare che questa equidistanza non vi sia se il giudice e il pubblico ministero sono colleghi, legati nella comune appartenenza al medesimo organismo. Una valutazione senza pregiudizi porta a dire che il principio di terzietà ne esce rafforzato e che, anzi, con la separazione delle carriere si supera una contraddizione insita nel sistema attuale e si rimuove un ostacolo alla compiuta affermazione di un principio di civiltà. Voglio aggiungere che la bontà della riforma deve essere valutata nella prospettiva del rafforzamento o dell’indebolimento delle garanzie del cittadino, perché è quello l’obiettivo che va perseguito e non il rafforzamento o meno della magistratura che, comunque, non ne esce certamente indebolita.

Molti sostengono che la separazione delle funzioni esista già e che la riforma sia superflua. Secondo lei, questa lettura è corretta o si tratta di un equivoco che non tutela davvero la terzietà?

Guardi, io mi rifiuto di credere che ci sia qualcuno con un minimo di cultura giuridica che confonda il principio costituzionale della separazione dei poteri con i trasferimenti interni di soggetti che attualmente appartengono allo stesso unico, comune corpo.

C’è chi teme che il PM perda autonomia o cultura della giurisdizione, e chi invece ritiene che la riforma rafforzi il suo ruolo. Come giudica queste tesi contrapposte?

L’art. 104 della costituzione continua a garantire l’autonomia dei giudici e dei pubblici ministeri; affermare il contrario è frutto di un pregiudizio politico. La cultura della giurisdizione, poi, non dipende dall’appartenenza allo stesso organo di autogoverno e alla stessa carriera, ma dalle scelte formative e professionali. Se i pubblici ministeri intendono rimanere legati a quella cultura, è sufficiente che orientino in tal senso la loro formazione. Passando all’altro tema, è invece errata l’idea che la separazione delle carriere comporti un ampliamento del potere del pubblico ministero. È vero esattamente il contrario, a tutto vantaggio del cittadino, le cui libertà, durante l’attività investigativa, sono garantite dal controllo del giudice, che diventa più incisivo ed efficace se la sua posizione è chiaramente distinta da quella del pubblico ministero, con la compiuta affermazione del principio di terzietà.

Lo sdoppiamento del CSM e l’introduzione del sorteggio suscitano timori di indebolimento della magistratura, mentre i sostenitori parlano di strumenti per garantire autonomia e indipendenza. Come interpreta lei queste misure?

Devo ripetere, anche in questo caso, che il criterio corretto per valutare la riforma non è stabilire se rafforzi o indebolisca la magistratura, ma verificare se incida positivamente o negativamente sulle garanzie del cittadino. Ciò detto, se si segue un approccio logico e oggettivo, va osservato che, in generale, la duplicazione di un organo non comporta il suo indebolimento, ma solo una diversa distribuzione delle funzioni che, normalmente, si traduce in un assetto complessivamente più solido ed efficiente. L’idea che la duplicazione del CSM ne comporti l’indebolimento non trova riscontro oggettivo e appare piuttosto frutto di un pregiudizio. L’ennesimo. Quanto al sorteggio, esso verrà fatto tra gli appartenenti alla magistratura italiana che, questo non si perda mai di vista e non è in discussione, è considerata ed è tra le migliori al mondo, che esprime eccellenze assolute, sia in sede giudicante, sia in sede investigativa. Ogni singolo appartenente alla magistratura ha i mezzi intellettuali, di competenza, di equilibrio e di conoscenza per gestire i compiti demandati al CSM di rispettiva appartenenza.

Infine, l’Alta Corte: per alcuni sarebbe una giurisdizione speciale, per altri serve a dare credibilità e autorevolezza all’organo disciplinare. Qual è la realtà secondo la sua esperienza?

L’art. 105, comma 3 della Costituzione, così come previsto dalla riforma, disegna un’Alta Corte disciplinare composta da tre membri nominati dal Presidente della Repubblica, tre membri eletti dal Parlamento in seduta comune, da sei giudici e da tre pubblici ministeri sorteggiati. Allora le rispondo dicendole che la realtà è che l’Alta corte disciplinare ricorda molto da vicino la composizione della Corte costituzionale, con il prestigio che ne deriva, ha la garanzia del controllo del Presidente della Repubblica con la nomina di tre membri e al suo interno i magistrati continuano a essere in maggioranza, visto che sono nove su quindici e, prevedibilmente, saranno tre su cinque nei collegi giudicanti. Direi che tutto questo si traduce in assoluta credibilità e autorevolezza dell’organo, oltre che di piena garanzia per i magistrati, che continuano a essere maggioranza e che verranno giudicati da personalità scelte dagli organi posti al vertice del nostro Stato, il Parlamento in seduta comune e il Presidente della Repubblica.

Francesco Iacopino

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