La scelta dei promotori di intitolare questo Comitato alla figura di Giuliano Vassalli, rappresenta non soltanto un omaggio ad un uomo che ha speso la vita al servizio delle Istituzioni, ma anche un modo di richiamare il percorso che il Partito Socialista di Craxi intraprese. Quando Vassalli fu nominato ministro di Grazia e Giustizia, nel luglio 1987, il processo penale era inquisitorio e in cui le garanzie difensive erano deboli e la ricerca della verità processuale dipendente dal giudice istruttore. Vassalli comprese che i tempi erano maturi per un cambiamento profondo.
Il nuovo Codice di procedura penale, entrato in vigore il 24 ottobre 1989, introdusse il principio accusatorio, il rafforzamento del contraddittorio, l’istituzione delle indagini preliminari, l’ampliamento delle garanzie difensive è una disciplina più moderna in tema di misure cautelari e libertà personale. Una riforma di grande respiro che richiese coraggio politico. Due anni prima che il nuovo Codice venisse varato, proprio Vassalli espresse il convincimento che il concetto stesso di sistema accusatorio fosse incompatibile con molti principi destinati a rimanere vivi nell’ordinamento giudiziario italiano, primo fra tutti l’assenza della separazione delle carriere. Egli riconobbe che non sarebbe stato possibile riformare compiutamente il sistema perché «quel che la magistratura ha conquistato, non lo molla più», e «la magistratura ha un potere enorme sopra il potere legislativo ed è anche il più grande gruppo di pressione, un corpo corporativo». Oggi, mentre il tema della riforma del sistema giudiziario è tornato al centro della vita pubblica, il pensiero di Vassalli assume un valore ancora più rilevante.
La giustizia, per i socialisti, per i riformisti, è stata un terreno di impegno politico e culturale. Già Turati aveva intuito che il carcere, se non accompagnato da lavoro e cultura, non redime, ma incattivisce. Da lì nasce la convinzione che la giustizia debba essere giusta, cioè capace di tutelare i diritti e di promuovere la dignità delle persone. Agli albori della Repubblica, con la Costituente del 1946, i socialisti portarono una visione fortemente garantista e democratica della giustizia, e tra i protagonisti che trattarono il tema vi fu anche Piero Calamandrei, convinto che la separazione e l’equilibrio tra i poteri dello Stato è linfa vitale per la democrazia. Cosi la costituzione del 1948 disegnò un sistema di pesi e contrappesi, dove la magistratura è autonoma e indipendente, e dove il Parlamento e il Governo agiscono nel rispetto della legalità costituzionale.
Questo equilibrio, però, nella storia repubblicana ha conosciuto rotture profonde. La pagina più drammatica è quella di Tangentopoli: non solo uno scandalo, una barbarie che ha fatto strame del diritto e della ragione, che ha violato ogni regola di civiltà giuridica, ma anche un trauma politico ancorché istituzionale. Il crollo dei partiti che avevano dato fiato alla Repubblica ha generato un vuoto di rappresentanza, e il rapporto tra politica e giustizia si è definitivamente incrinato. Da allora, la magistratura è spesso percepita come potere “in concorrenza” con la politica, e la politica come un potere “sotto accusa”. Un dualismo ha generato sfiducia a danno dei cittadini.
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione di due Consigli superiori distinti e di un’Alta Corte disciplinare sono misure che mirano a ripristinare le dinamiche di bilanciamento del sistema. E a spezzare le logiche correntizie con il meccanismo del sorteggio. Il provvedimento forse non è perfetto, né definitivo. Ma rappresenta un segnale politico chiaro: la giustizia non può restare fuori dal dibattito sulla riforma istituzionale, e l’equilibrio tra i poteri, o meglio lo squilibrio di questi anni, va riformato, non cristallizzato.
Il prossimo referendum confermativo sarà un momento alto della vita repubblicana. Sostenere questa riforma significa fare un passo in avanti, avviare un percorso di cambiamento. Nessuno può pensare che si possa restare fermi all’Hotel Champagne. Non può esserci nessun socialista che possa non sostenere questa riforma.
La nostra cultura non è mai stata quella del ben altrismo! I riformisti, nella Storia, si sono sempre sporcati le mani, non si sono chiusi in recinti o steccati ideologici. E allora la domanda è chiara: può dirsi riformista chi si tira indietro di fronte a questa sfida? Può dirsi socialista chi dimentica che la giustizia è il cuore stesso della libertà e dell’uguaglianza? Noi diciamo di no. Senza giustizia il riformismo è solo facciata, la democrazia è zoppa e il socialismo tradisce sé stesso e la propria Storia. Con il Sì al referendum, vogliamo dire che la magistratura deve restare indipendente, ma anche responsabile, perché l’equilibrio tra i poteri non è una formula astratta: è la condizione della libertà. E la libertà, oggi, ha bisogno di istituzioni che sappiano riformarsi per servire meglio i cittadini.
