Referendum giustizia, quando la paura decide al posto nostro. Il freno invisibile al cambiamento

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 12-06-2011 Roma Politica Referendum Nella foto: seggi elettorali Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 12-06-2011 Roma Politics Referendum In the picture: polling station

La paura in politica è uno degli strumenti più potenti a disposizione di chi governa. Semplifica i problemi complessi, offre soluzioni apparentemente immediate e conforta convinzioni già radicate nel pubblico. Spesso si pensa alla paura come ad una leva di propaganda: i politici la evocano per attrarre elettori, per mobilitare consenso, ma questa è solo la prima faccia della medaglia. C’è un’altra paura, più profonda e meno visibile, che abita nel cuore delle persone: quella introiettata dalla storia e dal vissuto collettivo. Una paura che, per citare Nietzsche, diventa fardello e freno: il timore che ogni novità possa replicare il fallimento precedente.

A differenza della paura strumentale, quella storica non viene evocata da un politico con uno scopo preciso. Non è propaganda, non cerca consenso immediato. È una paura “aprioristica”: radicata, invisibile e resistente alla ragione. È ciò che fa esitare una società di fronte a riforme che potrebbero migliorare l’ordinamento o l’equilibrio dei poteri, semplicemente perché ricordiamo ciò che è andato storto nel passato. Ogni cambiamento sembra un rischio: meglio l’immobilismo che l’errore, meglio la continuità che la possibilità di cadere di nuovo negli stessi problemi. Questo meccanismo psicologico-politico si manifesta in maniera quasi rituale ogni volta che si apre il dibattito su di una riforma costituzionale. Le opposizioni invocano catastrofi ipotetiche: “Se cambia questa norma, il Paese perderà equilibrio”, “Questa legge ci riporterà indietro di decenni”. Non importa se i dati storici o le esperienze di altri ordinamenti raccontano diversamente: ciò che pesa è il fardello delle esperienze passate, la memoria collettiva dei disastri e degli errori.

Il referendum sulla riforma della giustizia in Italia è un esempio contemporaneo e chiaro. Mettendo da parte politici e opinion leader che usano la paura in senso classico, per orientare il voto e mobilitare i propri elettori, vi possiamo vedere i contorni di una paura diffusa e più sottile: il timore che qualsiasi cambiamento possa riproporre conflitti di potere, compromissioni o ingiustizie già viste. Non è strumentale, non ha bisogno di propaganda: basta che qualcuno ricordi il passato perché il freno si attivi automaticamente.

La distinzione tra le due paure è cruciale. La paura volontaria è strumento, scelta consapevole del politico; quella introiettata dalla storia è peso, eredità e resistenza alla novità. La prima può essere contrastata con trasparenza, dati, narrazione; la seconda richiede tempi più lunghi, comprensione del vissuto collettivo, educazione civica e culturale. Ignorarla significa rischiare che il dibattito politico rimanga bloccato, che il progresso sia rallentato o impossibile. Ecco perché ogni riforma importante sembra ripetere sempre gli stessi schemi: si evocano catastrofi, si ricordano fallimenti passati, si invoca prudenza estrema. Non perché la proposta sia necessariamente sbagliata, ma perché la paura storica lavora come un freno paralizzante, potente quanto qualsiasi strategia di comunicazione politica.

Il compito della politica moderna, in un contesto così complesso, è imparare a distinguere queste due paure e gestirle entrambe: usare l’opportunismo per costruire consenso non è inevitabile, ma affrontare il peso della memoria storica richiede pazienza, dialogo e la capacità di far percepire l’opportunità misurata e ragionata. In fondo, ciò che determina il successo di una democrazia non è solo la capacità dei politici di attrarre consenso, ma la capacità di una società di superare i propri traumi: solo allora le riforme smettono di essere un campo minato e diventano strumenti reali di progresso.