L’ultima è di Saviano: la riforma della magistratura “indebolisce la lotta contro la mafia”. Come dire: dato che i magistrati che dovranno stabilire chi andrà a fare il Procuratore della Repubblica, per dire, a Palermo o a Reggio Calabria, saranno sorteggiati invece che eletti (o meglio, diciamo pure “nominati” dalle correnti), le mafie già festeggiano. Ma non si era detto che, con questa riforma, le Procure diventano pericolosamente troppo forti ed indipendenti, insomma troppo “poliziesche”? Boh, ma già immagino la pioggia di like e di ospitate a La7. Mi pare d’altronde in linea con il presidente di un comitato per il NO che ha visto la riforma “legata da un filo nero alla strage di Bologna”, e naturalmente anche con la prospettiva di varie Minneapolis italiote di cui si è tanto parlato.

Perché stupirsi, in realtà? Il fronte del NO ha fatto la sua scelta: sono queste le regole d’ingaggio nello scontro referendario. In nome dell’autorevolezza o della popolarità di chi le profferisce, tutte le balle diventano legittime opinioni. Ha iniziato ANM, dunque il volto e la voce della magistratura italiana, informando la pubblica opinione che, tecnicamente, la riforma comporta la sottoposizione della magistratura alla politica. Come, dove, con quali meccanismi normativi? Inutile infastidirli con queste domande petulanti, è così perché è così, e funziona perché la gente – comprensibilmente – si fida se glielo dicono i magistrati.

Quando questa vergognosa menzogna vacilla di fronte a chi ricorda che la Costituzione post-riforma non ha modificato né l’art. 101 (soggezione del magistrato solo alla legge), né l’art. 104 primo comma (autonomia ed indipendenza “da ogni altro potere”), né l’art. 107 (i magistrati sono inamovibili), né l’art. 109 (i magistrati “dispongono direttamente” della polizia giudiziaria), ne tirano fuori un’altra, per me la più indecente tra quelle che ho sentito, peggio di Minneapolis e della strage di Bologna: princìpi analoghi – dicono – si leggono anche nelle Costituzioni di Russia, Iran e Corea del Nord, dunque sono carta straccia.

Da non credere alle proprie orecchie, ma questa vergogna la dicono e la ripetono magistrati anche illustri, e professori ordinari di diritto costituzionale, che dunque mostrano di considerare – e soprattutto insegnano ai cittadini – che i princìpi sanciti da una Costituzione di un Paese democratico, sotto la tutela della Corte Costituzionale, del Presidente della Repubblica e di un Parlamento liberamente eletto, valgono quanto quelli nelle mani di regimi dittatoriali feroci e sanguinari. Perciò, ripeto, prendiamone atto, non ci sarà resipiscenza: non avendo ragioni tecniche seriamente spendibili, i protagonisti politici del fronte del NO hanno scelto la strada della post-verità. Molti di loro sono gli stessi che si indignano – giustamente – per la tragica deriva americana, dove non basta il video di una esecuzione brutale di una donna alla guida di una macchina o di un uomo a terra ed immobilizzato, per impedire a chi governa la Nazione di dire e rivendicare che fossero terroristi pronti a “massacrare” gli agenti dell’ICE.

Non c’è nulla di eticamente diverso in quello che sta accadendo in questa campagna elettorale. Io sono un magistrato, io sono un professore di diritto costituzionale, io sono uno storico di enorme popolarità, io sono uno scrittore che vive sotto scorta, io sono il Procuratore che tutte le mafie vorrebbero morto, e tutti noi ti diciamo: questa riforma sottopone “il giudice” alla politica, indebolisce la lotta alla mafia, si lega oscuramente alla strage di Bologna, ci getterà nel caos violento di Minneapolis, e dunque tu devi credermi e voterai NO. Il testo della riforma, al pari dei video di Minneapolis, è irrilevante, conta quello che ti diciamo noi. Queste sono le regole di ingaggio e, per quanto triste ciò possa essere, occorre prenderne atto. È umiliante, ma occorre prenderne atto, e forse trarne le dovute conseguenze.

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