C’è una legge non scritta della magistratura italiana, che potremmo chiamare la legge della simmetria: per ogni Gratteri che trasforma il referendum sulla separazione delle carriere in un j’accuse contro i cittadini che osano votare Sì, prima o poi emerge un Di Matteo pronto a raccogliere il testimone. E così, puntuale come un’udienza rinviata, Nino Di Matteo si è presentato alla platea del libro di Marco Travaglio per condividere — parola sua — la posizione di Gratteri: chi voterà Sì potrebbe avere interesse a delegittimare la magistratura. La mafia, ha aggiunto con la consueta sobrietà, avrebbe interesse a una magistratura percepita come indebolita.
Il sillogismo è di quelli che non ammettono repliche, almeno finché non si alza qualcuno a ricordare che la separazione delle carriere vige da decenni in Francia, Germania, Spagna e nella quasi totalità dei Paesi europei, senza che le rispettive organizzazioni criminali abbiano mai brindato. Ma non distraiamoci con i dettagli comparatistici: l’importante è che chi vota Sì sappia, da subito, in quale compagnia morale si trova.
C’è però un altro elemento che accomuna Di Matteo e Gratteri, e che vale la pena segnalare senza acrimonia ma con la precisione che i fatti impongono. Entrambi costruiscono processi con architetture accusatorie imponenti, entrambi annunciano risultati storici, e poi — in aula, dove le parole pesano quanto le prove — i conti raramente tornano. Negli Stati Uniti, dove il Pubblico ministero è eletto dai cittadini e risponde pubblicamente del proprio operato, il tasso di successo processuale è considerato un dato trasparente, una misura di accountability democratica: un prosecutor con le percentuali di condanna di certi nostri Pm stellari farebbe fatica non solo a essere rieletto, ma a sopravvivere politicamente fino alla fine del mandato. Da noi, invece, il fallimento in aula non lascia traccia. Si cambia processo, si cambia imputato, si ricomincia. La solidità di un magistrato si misura nelle sentenze definitive, non nei convegni. E su quel terreno, i numeri parlano una lingua diversa da quella dei comunicati stampa.
Il popolo del Sì — fatto di avvocati, accademici, magistrati dissidenti e milioni di cittadini che leggono le Costituzioni europee e ne traggono conclusioni elementari — non chiede di essere incensato. Chiede solo di non essere trattato come un’anticamera della criminalità organizzata. È una pretesa modesta. Evidentemente, però, ancora troppo ambiziosa.
