Al Referendum, i magistrati non sono tutti per il No. Anzi. C’è chi, come il sostituto Procuratore Annalisa Imparato, vede nella riforma un’occasione di rilancio del sistema giustizia.
Dottoressa Imparato, ci racconta il suo percorso e l’incarico che ricopre oggi?
«Sono sostituto procuratore della Repubblica presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere. È una piazza complessa, non facile. Ho scelto di restare nella mia terra: sono originaria della provincia di Napoli e ho deciso consapevolmente di mettermi al servizio del mio territorio. Sono lì da sette anni, la mia prima sede, rimasta ad oggi l’unico ufficio in cui ho lavorato. Sono stata anche consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta Ecomafie: un’esperienza fondamentale, soprattutto per chi, come me, proviene da un territorio segnato dalla cosiddetta Terra dei fuochi, dove formazione professionale e consapevolezza civica inevitabilmente si intrecciano».
Veniamo al tema del referendum: perché il suo convinto Sì?
«Il mio sì nasce da una riflessione profonda e da un percorso di autocritica maturato nella mia esperienza di pubblico ministero. Parlo da magistrato che vive il sistema dall’interno e che ne ha toccato con mano i limiti, a partire dall’autogoverno e dal CSM. Il cittadino deve tornare al centro del processo e percepire davvero l’equidistanza tra le parti. Questo significa restituire dignità agli avvocati, ma soprattutto agli imputati e a tutti coloro che entrano, spesso loro malgrado, nel circuito penale. La distinzione delle funzioni serve a recuperare credibilità, fiducia e a rendere concreta l’imparzialità del processo, così come disegnata dal codice».
La separazione delle carriere serve anche ai magistrati?
«Serve ai magistrati e serve ai cittadini. Un magistrato più specializzato e più competente nella propria funzione è in grado di offrire una risposta di giustizia più coerente ed efficace. Prima dell’efficienza viene la giustizia giusta. Non è uno slogan, ma un contenuto sostanziale. L’efficienza può venire solo dopo».
Un altro punto centrale è il sorteggio: perché lo considera decisivo?
«Perché favorisce la trasparenza. In un contesto altamente professionalizzato come quello della magistratura, la trasparenza è essenziale. Qui davvero uno vale uno: il livello medio è elevato e tutti sono potenzialmente in grado di contribuire all’autogoverno. Il sorteggio serve anche ad arginare il fenomeno delle correnti, che resta il vero nodo da sciogliere».
Quanto pesano oggi le correnti nella vita quotidiana di un magistrato?
«Pesano in modo determinante. Il CSM gestisce l’intera vita professionale del magistrato: dal concorso ai trasferimenti, dalle promozioni agli incarichi direttivi e semidirettivi, fino ai procedimenti disciplinari. Le correnti incidono sugli incarichi extragiudiziari, spesso molto ben retribuiti, e possono generare conflitti. Influenzano anche il tirocinio: esistono vere e proprie “scuole di partito” e un giovane magistrato, nella fase più vulnerabile della carriera, può essere facilmente orientato. Bisogna spezzare questa linea di potere, dire basta alle correnti accentratrici e restituire al CSM una funzione di gestione pura».
Hanno senso due CSM distinti?
«Sì. Se le carriere sono separate, anche l’autogoverno deve esserlo. Basta con gli effetti degenerativi della commistione tra funzioni. Il CSM ha già mostrato tutti i suoi limiti: ignorarli oggi significherebbe fare un salto nel buio».
Lei paga un prezzo personale per le sue posizioni?
«Quando, quasi due anni fa, ho pubblicato un articolo dal titolo “Toghe rotte” su Il Tempo, sono stata duramente attaccata. Mi sono ritrovata in prima pagina e in rassegna stampa al CSM senza comprenderne inizialmente la ragione. Stavo semplicemente esercitando il mio pensiero libero, da magistrato libero. All’epoca ero isolata. Oggi scopro che molti colleghi hanno un animo libero e il coraggio di dirlo. Forse il clima è cambiato, forse oggi dire sì fa meno scandalo. Ma io porto avanti questo pensiero da quando il dibattito era quasi inesistente».
Quindi i magistrati sono davvero tutti per il no?
«No. Oggi leggiamo interventi di colleghi, anche prossimi alla pensione, favorevoli alla riforma. L’autocritica fa parte della funzione giudiziaria e l’indipendenza consente a ciascuno di sviluppare un pensiero critico. È vero però che la maggioranza degli iscritti all’ANM è schierata per il no. Mi chiedo se, in alcuni casi, non si tratti più di una contrapposizione politica che giuridica».
Come risponde a chi parla di magistratura sottoposta al controllo politico?
«Basterebbe leggere la norma. La riforma costituzionale conferma che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, composto da magistrati giudicanti e requirenti. Questa presunta subordinazione politica semplicemente non esiste nel testo. Da giurista mi attengo al dettato normativo, non faccio – e nessuno dovrebbe fare – processi alle intenzioni».
Dell’operato del ministro Nordio, delle sue riforme della giustizia cosa pensa?
«Questo governo è attento ai problemi della giustizia, in particolare all’efficienza e alla durata dei processi. Digitalizzazione, processo telematico e adeguamento agli standard europei e agli obiettivi del PNRR sono passaggi importanti. Ma prima dell’efficienza serve una giustizia giusta. Solo partendo da lì si può costruire una giustizia davvero efficiente. In questo senso il percorso intrapreso dal ministro va completato, non contraddetto».
