Referendum, la sinistra consegna il garantismo alla destra pur di stare con l’Anm

ELLY SCHLEIN SEGRETARIA PD

Che sinistra abbiamo oggi in Italia se sulla riforma della magistratura si schiera di fatto a difesa di un’impostazione processuale di matrice inquisitoria, storicamente tipica degli ordinamenti illiberali e consolidatasi durante il fascismo? Ne è prova il Regio decreto n. 12 del 1941, noto come Ordinamento Grandi, con cui il ministro Dino Grandi unificò le carriere di Giudici e Pubblici ministeri, sostenendo che una loro separazione avrebbe creato “compartimenti stagni” dannosi per l’unità dello Stato. A monte vi era già il Codice Rocco, entrato in vigore nel 1931 sotto la direzione del Guardasigilli Alfredo Rocco: un impianto concepito in epoca autoritaria che, pur profondamente modificato alla luce della Costituzione repubblicana, ne conserva tuttora l’ossatura.

La ricostruzione storica non è un esercizio erudito, ma serve a comprendere la natura della battaglia politica odierna. Il paradosso è evidente: una parte significativa della sinistra combatte una battaglia di retroguardia, difendendo assetti che la sua stessa tradizione culturale aveva criticato e cercato di superare. Non si tratta, peraltro, di un’iniziativa realmente autonoma: la linea appare largamente coincidente con quella dell’Associazione nazionale magistrati, che teme di perdere peso e influenza con la separazione delle carriere, il doppio Csm e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Ne deriva un capovolgimento di ruoli. Argomenti un tempo tipici del riformismo garantista sono oggi sostenuti da chi promuove il Sì, mentre il fronte del No riunisce posizioni eterogenee, talvolta motivate più dall’opposizione politica al governo che dal merito della riforma.

Il referendum, anziché restare un confronto tecnico-istituzionale, rischia così di trasformarsi in un plebiscito pro o contro l’esecutivo. Eppure, la stessa maggioranza ha già chiarito che l’esito della consultazione non inciderà sulla tenuta parlamentare: una sconfitta non la farebbe cadere, ma potrebbe indebolirla politicamente. Il clima resta teso e difficilmente si attenuerà, nonostante gli inviti istituzionali alla moderazione. Se vincesse il Sì, la riforma inciderebbe sugli equilibri interni alla magistratura, ridimensionando il peso delle correnti e introducendo meccanismi di selezione diversi, come il sorteggio per parte dei membri del Csm. Se prevalesse il No, resterebbe intatto l’attuale sistema, con tutte le sue criticità ormai riconosciute anche da molti osservatori neutrali.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più profonda: nel tentativo di contrastare l’avversario politico, una parte della sinistra finisce per difendere assetti che storicamente non le appartengono, cedendo alla destra il terreno culturale del garantismo e delle riforme. Una torsione identitaria che rischia di pesare più del risultato referendario stesso.