Referendum magistratura, grammatica del potere giudiziario: le correnti orientano nomine, incarichi direttivi ed equilibri interni

La pubblicazione delle chat tra Luca Palamara e una collega magistrata – il cui nome qui non rileva – non è soltanto l’ennesimo capitolo di una vicenda che ha già segnato profondamente la credibilità della magistratura italiana. È la fotografia di un sistema alterato. Non una deviazione individuale, ma una grammatica del potere. Un sistema in cui le correnti, nate come luoghi di elaborazione culturale, si sono progressivamente trasformate in centri di gestione del potere, capaci di orientare nomine, incarichi direttivi, equilibri interni. Non interessa, in questa sede, il profilo personale dei protagonisti né la ricostruzione delle singole responsabilità. Quelle spettano ai procedimenti disciplinari e, se del caso, penali. Anche se, è il caso di dirlo, è difficile ignorare che anche sul piano disciplinare il sistema continui a muoversi in una dimensione sostanzialmente autoreferenziale, in un circuito di autogoverno che finisce per alimentare l’impressione di una giurisdizione chiamata a giudicare sé stessa secondo logiche difficilmente percepibili come pienamente terze.

Il punto è un altro: quando le dinamiche di carriera e di potere diventano oggetto di trattative, quando il lessico delle conversazioni richiama appartenenze, pesi, bilanciamenti, significa che il modello ordinamentale ha smesso di funzionare come dovrebbe. E quando il modello non regge, non bastano interventi cosmetici. Ciò che colpisce nelle conversazioni non è il tono confidenziale, ma la naturalezza con cui si parla di votazioni, equilibri, “quadre” da trovare. «A breve votiamo appello Reggio». «Per Mario purtroppo al momento perdiamo 5 a 1». «Domani si vota dobbiamo trovare accordo su ultimo nome». E ancora: «Su (…) si può trovare quadra», «Su penale accordo area mi», «Cerchiamo di non cedere troppo a mi…». Non è il lessico della valutazione comparativa, ma quello della trattativa. Non si discutono soltanto titoli e anzianità – che pure vengono citati – bensì appartenenze, rapporti di forza. «Diciamo c’è flessibilità». «Vogliono (…)». «(…) nostro da sempre». Fino alla richiesta esplicita: «Rabboniscila», perché «se prendiamo entrambi posti è un colpaccio». È qui che emerge l’alterazione del sistema. Quando le nomine – procure, tribunali, corti d’appello – diventano l’oggetto di una interlocuzione costante tra chi siede nell’organo di governo e chi, sul territorio, segue gli equilibri correntizi, il confine tra fisiologia e patologia si assottiglia. Il punto non è stabilire se una decisione fosse in sé legittima o meno; è constatare che il processo decisionale appare incardinato su logiche di appartenenza e compensazione. «Mi serve revoca o parere (…)», «Ho fatto il possibile su Catania», «Se riesco giovedì voto Patti e Messina». Non è la lingua dell’imparzialità distaccata, ma quella di una gestione che appare concertata, monitorata, passo dopo passo.

Il cortocircuito nasce da un’ambiguità strutturale dell’ordinamento italiano: giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono il medesimo organo di governo, possono passare – sia pure con limiti – da una funzione all’altra. Formalmente distinti nelle funzioni, sostanzialmente uniti nella carriera. È un assetto che, nel tempo, ha prodotto un effetto collaterale evidente. Il “caso Palamara” non è dunque una parentesi, ma un sintomo: la gestione delle nomine è diventata terreno di scontro correntizio. Se le nomine possono essere lette attraverso il prisma dei “nostri” e degli “altri”, se si ragiona in termini di “non cedere troppo”, significa che l’indipendenza rischia di essere percepita come frutto di un equilibrio interno più che di una valutazione oggettiva. Per questo il referendum sulla separazione delle carriere non è una bandiera ideologica, ma una scelta di sistema. Separare le carriere significa rendere netto ciò che oggi è opaco: il pubblico ministero è parte processuale, il giudice è terzo. Significa superare quell’ambiguità che oggi alimenta sospetti e diffidenze. In molti ordinamenti europei la distinzione è netta; in Italia continuiamo a difendere un unicum che mostra crepe sempre più profonde. La separazione, tuttavia, non basta. Se il problema è l’eccessivo peso delle correnti nel governo autonomo della magistratura, occorre intervenire anche sui meccanismi di selezione dei componenti togati del CSM. L’esperienza ha dimostrato che le elezioni interne, così come sono strutturate, favoriscono la cristallizzazione di blocchi organizzati. Chi non appartiene a una corrente difficilmente riesce ad emergere.

Le chat non hanno creato il correntismo, lo hanno reso leggibile

Qui si inserisce la proposta del sorteggio. Non come negazione del merito, ma come strumento per spezzare la filiera del consenso organizzato, per ridurre il peso delle appartenenze e restituire centralità alla funzione, non alla corrente. Le chat hanno semplicemente reso visibile ciò che per anni è rimasto confinato nelle stanze del potere giudiziario. Non hanno creato il correntismo, lo hanno reso leggibile. Hanno mostrato un linguaggio e una prassi che, una volta esposti alla luce pubblica, appaiono incompatibili con l’idea di una giurisdizione percepita come distante da ogni logica di scambio. La riforma non è la resa dei conti contro la magistratura. È un tentativo di proteggerne l’autorevolezza. Perché la fiducia nella giustizia è un bene pubblico: quando si incrina, non è una categoria a perdere, ma l’intero sistema democratico. Se nelle stanze del CSM si ragiona in termini di “accordi” e di “colpacci”, la risposta non può essere il silenzio o l’adattamento, fingere che il problema non sia strutturale sarebbe l’errore più grave. Separare le carriere e introdurre il sorteggio – banalizzando i tecnicismi di una riforma che qui non si vogliono, né si possono, approfondire – significa questo, togliere terreno alle logiche di appartenenza e restituire alla giustizia ciò che le è indispensabile per esistere: non il potere, ma la credibilità.