C’è un elemento che più di ogni altro rivela la debolezza della campagna dei comitati per il No al referendum sulla giustizia: la natura dei loro testimonial. Al fianco di alcuni magistrati o giuristi — la cui presenza sarebbe naturale in un confronto su una materia così delicata — compaiono comici, attori, volti dello spettacolo chiamati a orientare l’opinione pubblica. Non è la loro legittimità a essere in discussione. È la scelta politica che rappresentano. Perché il punto non è chi parla, ma ciò che non viene detto. Non il merito della riforma. Non le norme. Non gli effetti concreti sul sistema giudiziario e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. Il confronto viene sistematicamente spostato altrove: sulle paure, sulle suggestioni, su una narrazione semplificata che evita accuratamente la sostanza.

Referendum giustizia, la campagna del ‘No’ è debole: la narrazione semplificata di comici, attori e volti dello spettacolo

È una precisa strategia dei comitati per il No al referendum. Quando il terreno del merito è fragile, si cerca la forza della notorietà. Quando le argomentazioni non bastano, si ricorre alla familiarità dei volti. La politica arretra e viene sostituita dalla rappresentazione. Lo si è visto anche con l’utilizzo improprio di simboli che nulla hanno a che fare con il merito della riforma, come le immagini di campioni olimpici usate per rafforzare una campagna politica, salvo poi dover fare un passo indietro di fronte alle proteste dei diretti interessati e dell’opinione pubblica. È un episodio rivelatore: quando non si riesce a sostenere una tesi con le proprie argomentazioni, si prova ad appropriarsi della credibilità e del prestigio altrui. Ma le medaglie olimpiche non possono sostituire le ragioni. E il consenso non si costruisce per riflesso.

Non è un caso. Perché la vera natura di questo No è politica, non tecnica. Non nasce da un’analisi giuridica delle norme, ma dalla volontà di colpire il Governo che quella riforma ha voluto e sostenuto. È ormai evidente che una parte del fronte del ‘No’ utilizza questo referendum non per migliorare la giustizia, ma per tentare di indebolire l’esecutivo. Un obiettivo politico legittimo, ma che nulla ha a che fare con il merito delle norme. E tuttavia, proprio per questo, agli italiani spetta una responsabilità ancora più importante: guardare ai contenuti della riforma, non ai volti che vengono chiamati a rappresentarla o a contrastarla. Perché la giustizia non si decide per simpatia o per appartenenza, ma per ciò che le norme prevedono e per gli effetti concreti che produrranno sulla vita dei cittadini.

Il Governo, per bocca del Presidente del Consiglio, ha già chiarito che andrà avanti comunque, perché trae la propria legittimazione da un mandato democratico e non dall’esito del referendum. Saranno gli elettori, alla fine della legislatura, a esprimere il loro giudizio. Ed è proprio questo che rende ancora più evidente la natura politica di un No che appare sempre meno legato al merito e sempre più orientato a colpire chi quella riforma ha avuto il consenso per proporla. La giustizia diventa così un oggetto comunicativo. Il referendum un format. Il merito un dettaglio secondario. Quando le idee sono forti, bastano da sole. Quando non lo sono, servono volti presi in prestito. Ed è esattamente ciò che oggi sta facendo il fronte del ‘No’.

Barbara Saltamartini

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