Ascoltavo alcuni giorni addietro una puntata di quello splendido diario quotidiano che è il podcast di Luca Bizzari, intitolato “Non hanno un amico”. Il personaggio dei primi minuti di quella puntata è il Lorini, “l’antennista più caro di Milano”, autodichiaratosi vittima di una sorta di “confusione referendaria” indotta dalla mole di suggestioni provenienti da più parti su come votare e perché. Nell’inserto PQM di oggi abbiamo provato a sondare il laghetto delle opinioni dei numerosi artisti, scrittori, cantanti, comici e uomini di cultura (altra che quella giuridica) che hanno deciso di raccontare come si dovrebbe votare secondo loro. La pluralità delle idee è, senza eccezioni, un valore; e le idee, si sa, se non vengon dette, è come non esistessero. Dunque, più se ne ascoltano, più ce n’è, meglio è per tutti.
Ma la vocazione insopprimibile ad esprimere la propria idea, il proprio pensiero, la propria visione circa qualcosa, non ha molto a che spartire, io credo, con quello che va accadendo intorno al referendum. La forza o, meglio, il successo di un’idea è dato dal suo indice di persuasione in concreto, il quale, se da un lato si misura col gradimento di chi quella idea ascolta, dall’altro non ha relazione con il desiderio di successo di chi la pensa e poi la dice, se non nel senso che il desiderio che la propria idea piaccia è, al più, soltanto il propulsore ad affinarla e raccontarla meglio che si può. È innegabile che chi racconta un suo pensiero desideri insomma persuadere della sua bontà, ma tale bontà non è prodotto di quel desiderio: un’idea funziona e piace a prescindere.
Qui sta il busillis: quello che si va e si andrà dicendo ogni santo giorno che Dio manda sulla terra fino al 22 di marzo non è animato dall’intento di raccontare, ma da quello di convincere, anche quando a parlare sono – e, si diceva, accade sempre più spesso – attori, comici e cantanti. E qui, allora, sta pure la domanda (che, non a caso, Bizzarri si pone): perché? Che lo faccia stimolando la risata o provando a spiegare seriamente, l’artista di turno, infatti, pretende di supportare uno dei contendenti, di orientare chi lo ascolta a votare (quasi sempre No) sfruttando un appeal derivatogli da quelle altre doti che gli hanno procurato un pubblico fedele. E questa estraneità del mezzo al fine, vuoi o non vuoi, ha effetti visibili: se per raggiungere il risultato sperato si pretende di spiegare con serietà, allora vien fuori la triste scenetta di chi è costretto a leggere foglietti precompilati per non inciampare rovinosamente su pensieri e parole con cui non ha dimestichezza o, nella migliore delle ipotesi, di raccontare qualunquismi un tanto al chilo; mentre se si usa la carta simpatia si finisce col mischiare le pere con le ciliegie strappando una risata e magari un voto, ma al costo di un piccolo imbrogliuccio.
A farne le spese, comunque, è sempre chi già aveva le idee confuse che o segue (ahimè!) la simpatia o il 22 di marzo se ne resta a casa. Dunque: perché? Di questo abbiamo provato a occuparci questa settimana, mentre restiamo in attesa, con una certa trepidazione, di conoscere l’opinione di Topo Gigio. Buona lettura!
