In politica dissentire è legittimo, certo, così come è altrettanto lecito non riconoscersi nelle scelte che un governo compie o a cui aspira. Ma il dissenso per essere credibile deve essere motivato, definito e soprattutto dimostrabile nei fatti, mentre nel nostro Paese vige la moda del dissenso pretestuoso, ideologico e fine a sé stesso. Il motto è sempre il medesimo: non importa se ciò che fanno è giusto, ma siccome l’hanno fatto loro noi ci opponiamo (un po’ come dicevano i magistrati su Salvini nelle chat di Palamara).
Questo è il più grande limite della politica italiana, l’incapacità di superare i confini della faziosità, per raggiungere uno scopo più alto nell’interesse comune. Non è un vizio dell’oggi, ma un retaggio antico che ci portiamo sulle spalle e che incide tanto sulle nostre scelte in politica estera quanto interna – ammesso che oggi si possa compiere ancora una distinzione in tal senso – purtroppo spesso con esiti mortiferi per le nostre ambizioni. Ne abbiamo una prova nel dibattito quotidiano cui assistiamo sulla riforma della giustizia e sul Board Of Peace.
Sul tema della giustizia, pur di negare l’evidenza, i promotori del No hanno edificato una sequela di motivazioni in ragione della loro opposizione alla riforma talmente dozzinali e pedestri da giustificare il perché di un così massiccio utilizzo di attori e comici nella campagna referendaria. Perché in effetti per affermare che la riforma rappresenta una minaccia per lo stato liberale occorre una capacità di recitazione non da poco. E affermare che la stessa renda la magistratura soggetta al potere politico significa traslare la discussione sul terreno della mistificazione per uno scopo di pura opposizione ideologica e di salvaguardia del correntismo nella magistratura – che al di là dell’accorato appello al “No politico” è l’unico vero scopo di chi sostiene il No sul fronte della magistratura – e per mantenere lo status quo. Del resto, come hanno ammesso noti esponenti della sinistra, non importa “il merito della riforma” perché in ballo c’è ben altro.
L’altro punto su cui i comici eretti a giuristi hanno voluto banalizzare è il “sorteggio”, tema su cui si è addirittura soffermato il Premio Nobel per la Fisica, Giorgio Parisi, che ne esce peggio dei comici, perché per parafrasare Pietro Nenni, a furia di banalizzare trovi qualcuno più sveglio che finisce per banalizzare anche te. Tornando al sorteggio, i “sommi sacerdoti” e le “vestali” della purezza costituzionale ignorano (più probabile) o dimenticano (meno probabile) che nei procedimenti previsti ai sensi degli artt.90 (messa stato d’accusa del presidente della Repubblica) e 96 (reati commessi dal Presidente del Consiglio e dai Ministri ) della Costituzione il sorteggio è già previsto, per non parlare poi dei giudici popolari (art. 5 del Codice di Procedura Penale) anch’essi sorteggiati dagli elenchi comunali, e potremmo andare avanti sull’utilizzo del sorteggio al fine di garantire terzietà e imparzialità.
Non vale l’affermazione in voga secondo cui dal sorteggio potrebbe venire fuori qualcuno non adeguato, perché non possono esserci magistrati non adeguati, perché se sono inadatti a giudicare i propri colleghi, allora non possono indagare o giudicare un cittadino incappato nelle maglie della giustizia. Se sei inadeguato a fare il magistrato, lo sei a prescindere.
Il secondo punto riguarda il Board of Peace che ad oggi rappresenta una fase nuova nelle dinamiche diplomatiche e il primo passo fattivo nella risoluzione della questione di Gaza. Eppure qualcuno si ostina a bollare come errata la scelta perché l’idea è di Trump e la volontà di adesione di Giorgia Meloni, negando all’Italia la possibilità di sedere in un tavolo cruciale. Sull’artico si banalizza sulla volontà italiana di ricoprire un ruolo, perché? Perché alla fine, pur di contestare l’avversario, abbiamo accettato la mediocrità a sacrifico dell’ambizione ed è questo il grande male italiano. Forse hanno ragione coloro che dicono che la posta in gioco va ben oltre la Riforma in sé, perché in gioco ci sono due Italie: quella che sceglie l’ambizione e quella che preferisce la mediocrità. Riflettiamo.
