C’è una differenza fondamentale tra chi oggi si batte per il Sì alla riforma costituzionale e chi invece si trincera dietro un No apodittico, ideologico, politico. Una dicotomia radicale che contrappone due linguaggi diversi, opposti, antitetici. Il Sì è proteso alla risoluzione delle aporie e delle storture che attraversano insolute il nostro Paese. Un approccio riformista, votato a una battaglia politica e giuridica che in Italia è “la causa”, e da cui dipende non solo la possibilità di chiudere una pagina grigia – a tinte drammatiche – che ha devastato la vita politica, sociale ed economica del Paese, ma anche l’opportunità di avviare un percorso che definisca e ristrutturi gli elementi fondanti di uno Stato di diritto.
Perché per la prima volta, su un tema che dovrebbe essere affrontato per quello che è – dunque un tassello fondamentale di civiltà giuridica – l’Italia riformista può e deve suonare la carica, mettere da parte le divisioni e unirsi in una sfida che può innescare una stagione nuova per l’Italia, in cui finalmente si rigetti quel sistema imbrigliato, negazionista del cambiamento e impantanato nell’immobilismo e nello spirito di auto conservazione di consorterie che temono di perdere privilegi e potere accumulati e legittimati nel tempo.
Questa è la battaglia del riformismo nella sua concezione più pura. Questo è l’appello non rinviabile per i riformisti a destra come a sinistra, altrimenti il riformismo aleggiato, evocato e invocato risulterebbe un mero vezzo intellettuale e non la volontà politica di condurre il Paese fuori dalle secche nelle quali si trova. Perché in nome e in difesa di uno Stato liberale e garantista, il riformismo deve respingere le sirene allarmiste di chi – brandendo la Costituzione – ne tradisce lo spirito. E, rimarcando la necessità di chiudere la stagione del giustizialismo fanatico, ha il compito di restituire ai cittadini la fiducia nel sistema giudiziario. Ma, ancor di più, è oggi dovere dei riformisti quello di rompere un muro che impedisce ogni riforma: se dovesse prevalere il No, verrebbe spenta ogni ambizione di riscatto futuro. Chi ha scelto di rinnegare le vecchie battaglie per un cinico calcolo politico, lo ha fatto consapevole di giocare a dadi su una delle ferite più profonde della nostra storia nazionale.
È compito dei riformisti abbracciare questa sfida, anche quella di rispedire al mittente ogni forma di politicizzazione di questo referendum, mostrando dunque qual è la vera posta in gioco, smascherando così anche chi nega la malattia che pervade il sistema giudiziario e la magistratura italiana, chi difende il sistema correntizio e la sua inevitabile politicizzazione. Oggi la storia chiama i riformisti italiani, li invita ad unirsi e a superare una barricata ideologica che da tempo schiaccia un Paese che ha smesso di credere nel cambiamento. Perché la battaglia è questa: quella su una giustizia che riscopra sé stessa e su un Paese che torni a credere in sé stesso.
