Una frattura sotterranea ha agitato l’inaugurazione dell’anno giudiziario tra le più tese degli ultimi decenni. Il tema vero è il referendum, i sondaggi, l’arma spuntata della propaganda Anm. Lo sanno tutti, nessuno può dirlo. Da una parte i Sì — soprattutto tra gli avvocati, ma non solo. Dall’altra i No — annidati tra i magistrati, ma non tutti. Sotto gli occhi comprensibilmente increduli di Sergio Mattarella, va in scena la Cavalleria rusticana. Segno dei tempi. Il Presidente della Repubblica non ha fatto un plissé, ma c’è da giurarci, in cuor suo ha ben preso nota della situazione.

L’Aula Magna della Cassazione è tornata ad essere teatro di un confronto a viso aperto tra toghe e governo. Pasquale D’Ascola, primo presidente della Suprema Corte, ha evocato l’indipendenza della giurisdizione come baluardo da difendere e la necessità — alle utopie non si rinuncia mai — di un «dialogo pacato e razionale». Ha ammonito sul rischio di far apparire il magistrato come figura «avvicinabile, pavida, condizionabile». Pietro Gaeta, procuratore generale, ha ammonito: lo scontro tra giudici e politica «ha raggiunto livelli inaccettabili». Ha attaccato la semplificazione tossica, la cultura del malcontento prefabbricato, la corrosione del dialogo come forma della democrazia. È stato a quel punto che Carlo Nordio ha rotto il silenzio. Con voce tagliente.

Contro la blasfemia degli Ermellini il ministro della Giustizia ha rivendicato l’azione complessiva del Governo: assunzioni massicce, digitalizzazione, riforma costituzionale. «È blasfemo sostenere che questa riforma miri a minare l’indipendenza della magistratura», ha dichiarato, respingendo ogni accusa di interferenza sui magistrati, tanto requirenti quanto giudicanti. E ha snocciolato numeri che, in quella sala tesa, hanno avuto l’effetto di un contrappunto glaciale: «Abbiamo attuato 5 procedure concorsuali per oltre 2000 magistrati. L’obiettivo, per la prima volta dalla Repubblica, è la copertura integrale degli organici entro il 2026. Dal 2022 a oggi abbiamo assunto 3586 unità amministrative. E per il 2026 sono in corso 3659 assunzioni stabili, investimento: 122 milioni».

Nordio sa che i sondaggi veleggiano a favore. Il Sì è in vantaggio anche se tanti indecisi devono ancora sciogliere i loro dubbi. «Se il popolo respingerà le riforme», chiosa Nordio, scaramantico, «resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione. Se al contrario le confermerà, inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione». Ed ha poi aggiunto l’auspicio «che il dibattito sulla riforma della separazione delle carriere si mantenga nei limiti della razionalità, della pacatezza e della continenza. Abbiamo già detto che vi sono buone ragioni per criticarla, lo sappiamo. Abbiamo anche aggiunto, citando il poeta, che le buone ragioni cedono alle ragioni migliori, o almeno a quelle che noi riteniamo possano essere migliori. Entrambe possono comunque essere espresse con raziocinio, senza rancori e soprattutto senza pensieri elettorali».

Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, ha replicato con freddezza: non gradisce il termine «blasfemo» e difende «la dignità» delle tesi dei magistrati. Ancora muro contro muro. Un richiamo alla responsabilità condivisa è arrivato invece dal vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, che ha avvertito sul rischio di una delegittimazione reciproca capace di «rompere il patto di fiducia tra istituzioni e cittadini». Ed è qui che la voce dell’avvocatura ha assunto un peso diverso. Il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco, ha parlato di ponti, tra tanti muri: ha proposto un “Patto per la Giustizia” per lavorare insieme su problemi che nessuno può più ignorare, ricordando che la rapidità non può diventare un totem che schiaccia i diritti fondamentali. Non ha lesinato però un affondo sulla riforma Cartabia: ha denunciato come quella riforma abbia svilito il ruolo dell’avvocato, cancellato il dibattimento in presenza e marginalizzato una figura centrale dell’equilibrio costituzionale.

In chiusura, Greco ha richiamato anche l’emergenza carceraria, definendola «un’urgenza costituzionale non più rinviabile». Sovraffollamento, edifici disumani, misure alternative da rafforzare, rieducazione da ricostruire: ciò che resta dell’articolo 27, oggi, è un fantasma. Se questa è l’alba del sistema giustizia per il 2026, il referendum sarà molto più di un voto: sarà un giudizio sullo stato reale dei rapporti tra poteri della Repubblica.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.