Francesco Zaffini è senatore di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Sanità e Lavoro del Senato. Da anni impegnato sui temi della riforma della giustizia e della sostenibilità del sistema sanitario, segue da vicino il dibattito politico sul referendum.
Senatore Zaffini, questa riforma della giustizia serve davvero ai cittadini? Perché?
«Questa è una riforma che serve agli italiani e che serve all’amministrazione della giustizia e al processo equo. Il tema, purtroppo, ha un contenuto tecnico molto importante e in questa stagione della politica, dell’informazione e dei social ciò che fa premio sono le scorciatoie più banalmente elettorali. Tutto questo crea una sorta di bolla che sembra interessare solo gli addetti ai lavori. In realtà riguarda tutti i cittadini italiani, perché l’amministrazione della giustizia incide su tutto e non solo sul percorso penale o civile dei singoli cittadini».
In questo clima politico, quanto è difficile spiegare una riforma così complessa all’opinione pubblica?
«È un’operazione difficile ma che noi ci incolliamo tutta, come sempre, a schiena dritta. Non abbiamo motivo di essere ricattati da nessuno. Così come non è ricattabile Giorgia Meloni, non è ricattabile questo governo. È bene dirlo chiaramente perché questo è uno degli argomenti che vengono agitati nel dibattito pubblico».
C’è chi sostiene che il referendum sia anche un test politico sul governo Meloni. È così?
«Quale che sia l’esito del referendum il governo va avanti. Quale che sia l’esito del referendum il governo arriverà a fine legislatura, come ha detto più volte Giorgia Meloni. E quale che sia l’esito del referendum il centrodestra giocherà le sue carte davanti ai cittadini raccontando quello che ha fatto nei cinque anni di governo e quello che intende fare nei successivi cinque. Come detta la logica democratica».
Goffredo Bettini e altri esponenti dem all’inizio avevano riconosciuto il valore della riforma e poi, in un secondo momento, hanno annunciato di aver cambiato rotta. Come mai?
«Hanno dovuto cambiare rotta, si vede. Perché tutte le cambiali, a scadenza, vanno onorate».
Lei parla di pressioni politiche da parte di una parte della magistratura associata. Che cosa intende?
«A differenza del centrodestra, che non è ricattabile, il Partito democratico sta rispondendo alla chiamata di pezzi di magistratura che in passato hanno regalato sentenze politiche alla sinistra ogni volta che la sinistra ne faceva richiesta ad libitum. Oggi quei pezzi di magistratura politicizzata presentano il conto a un partito che invece è ricattabile. Tant’è che cambia posizione e si appella alle bugie perché non ha argomenti tecnici sufficienti».
Perché, secondo lei, da trent’anni questa riforma non riesce ad arrivare in porto?
«C’è un motivo per cui questa benedetta riforma da trent’anni non si riesce a fare. Illustri personaggi, a destra e a sinistra, si sono dovuti fermare rispetto alla possibilità di riformare la nostra giustizia e stabilire, ad esempio, la separazione delle carriere che esiste in tutte le democrazie moderne occidentali. L’unione delle carriere rimane invece nei regimi autocratici. Evidentemente nel nostro Paese la magistratura ha avuto sponde troppo nette e determinate con la sinistra italiana».
Nel mondo del lavoro chi sbaglia paga. E in magistratura, non vale?
«I dati numerici dimostrano che i procedimenti disciplinari esitati in un provvedimento sono banalmente irrisori, se non vergognosi e scandalosi. Gli errori giudiziari esistono ed è normale che in milioni di provvedimenti ci sia una percentuale di errore. Quello che è scandaloso è che questi errori vengano considerati come errori di sistema invece che errori individuali».
Il referendum introduce anche un’Alta Corte disciplinare. Che cosa cambierebbe?
«Viene istituita un’Alta Corte disciplinare composta a sorteggio tra magistrati cassazionisti, cioè tra altissimi rappresentanti dell’amministrazione della giustizia. È una novità assolutamente importante perché finalmente in Italia tutti, se sbagliano, pagano. Non significa che debbano pagare sempre e solo economicamente: si può pagare anche in termini di carriera o di valutazione professionale».
Lei è presidente della Commissione Sanità del Senato. Quali sono le sfide per il sistema sanitario?
«Il tema è la sostenibilità del sistema. L’aumento dell’aspettativa di vita, l’invecchiamento repentino della popolazione e l’aumento della domanda di prestazioni sanitarie, accentuato anche dopo il Covid, stanno mettendo sotto pressione il nostro sistema di welfare».
Lei sta lavorando a una riforma della sanità integrativa. Qual è l’obiettivo?
«L’obiettivo è strutturare un secondo pilastro della sanità integrativa, similmente a quanto fatto con la previdenza complementare. Oggi gli italiani spendono circa 40 miliardi di euro di tasca propria per prestazioni sanitarie. Se riuscissimo a mettere a sistema almeno una parte significativa di questa spesa, potremmo ridurre le liste d’attesa e garantire una copertura più ampia. Oggi paradossalmente un lavoratore è coperto dal welfare aziendale finché lavora, cioè quando sta bene, ma perde la copertura quando va in pensione, cioè quando avrebbe più bisogno di assistenza. In altri Paesi lo Stato si sostituisce al datore di lavoro e la copertura continua: è proprio questo il sistema che dobbiamo costruire anche in Italia».
