I dati Istat sulla partecipazione civica in Veneto, pubblicati proprio alla vigilia del voto regionale, fotografano un paradosso che dovrebbe far riflettere. Un veneto su tre dichiara di non interessarsi di politica, il 55% non ne parla mai in famiglia, percentuali che collocano la regione ai vertici nazionali per disaffezione.
Regionali Veneto, si vota domenica 23 e lunedì 24 novembre
Eppure, domenica 23 e lunedì 24 novembre, quegli stessi veneti saranno chiamati a una scelta che determinerà il futuro della loro terra per i prossimi cinque anni. Due letture sono possibili. La prima: i cittadini hanno smesso di credere che la politica possa davvero incidere sui problemi reali. La seconda: si è diffusa la convinzione che il Veneto navighi in acque così tranquille da non richiedere decisioni politiche di rilievo, che tutto sommato vada bene così, che il pilota automatico basti a garantire la rotta.
Regionali Veneto, gli effetti di 15 anni di era Zaia
Ma c’è un terzo elemento, peculiare di questa regione. Quindici anni di era Zaia hanno prodotto un fenomeno singolare: la personalizzazione estrema della politica sulla figura del Presidente. Un consenso plebiscitario, trasversale, che ha progressivamente svuotato di significato il confronto tra partiti, le differenze programmatiche, persino il senso stesso della scelta elettorale. Quando c’è un sol uomo al comando, percepito come garante naturale del benessere collettivo, a che serve interrogarsi sul futuro?
Oggi però quella stagione si chiude. E i veneti, che lo vogliano o no, sono chiamati a riscoprire il senso profondo della decisione democratica. Non si tratta solo di scegliere tra Stefani e Manildo, tra centrodestra e centrosinistra. Si tratta di decidere quale Veneto costruire dopo la lunga era zaiana: più autonomo o più europeo, più infrastrutturato o più sostenibile, con una sanità a trazione pubblico-privata o rimessa sotto controllo pubblico, con un welfare sussidiario o universalistico. I veneti, gente pragmatica per cultura, allergica alle astrazioni e alle fumisterie ideologiche, hanno l’occasione di dimostrare che il disinteresse dichiarato all’Istat non è apatia ma selettività.
