La pandemia ha mostrato con brutalità quanto la capacità di un Paese di proteggere i propri cittadini dipenda non solo dagli ospedali e dai sistemi di protezione civile, ma anche dalla forza della sua ricerca biomedica e dalla presenza di filiere produttive avanzate sul territorio. In questo solco si colloca la missione della Fondazione ENEA Tech e Biomedical, chiamata a colmare un ritardo strutturale dell’Italia nel passaggio dalla scoperta scientifica alla produzione di farmaci, vaccini e tecnologie sanitarie in grado di garantire autonomia e rapidità di risposta alle crisi.
In occasione dell’incontro pubblico «La ricerca biomedica come strumento di sicurezza nazionale», Giovanni Tria riflette sul legame sempre più stretto tra salute pubblica, investimenti in innovazione e difesa degli interessi strategici del sistema‑Paese. Da qui prende le mosse questa intervista, che ricostruisce la genesi della Fondazione, ne traccia il bilancio a quattro anni dalla nascita e affronta i nodi ancora aperti: dal difficile accesso al mercato per le eccellenze scientifiche italiane al ruolo, tutto da costruire, di un venture capital pubblico capace di condividere rischi e benefici con il settore privato.
Professor Tria, il 10 dicembre a Roma si è svolto un evento pubblico organizzato da Fondazione Enea Tech e Biomedical con tema «La ricerca biomedica come strumento di sicurezza nazionale». Che connessione intravede tra questi due ambiti?
«Durante il Covid ci siamo accorti che la capacità di reagire è stata determinata dalla rapidità di risposta che è venuta dalla ricerca biomedica. In Europa siamo ricorsi a importazioni, situazione naturale e inevitabile, perché il progresso scientifico si svolge su scala globale e le produzioni di farmaci si sviluppano lungo catene produttive globali. Ma è chiaro che queste catene possono interrompersi e avere difficoltà, ed è un elemento di sicurezza che parti importanti di queste catene siano anche sul territorio nazionale e ci sia una capacità di ricerca e di strutture avanzate di cura biomedica. Esiste quindi un problema di sicurezza nazionale legato alla salute pubblica. Un Paese alla frontiera della ricerca e della produzione biomedica, oltre ai vantaggi economici, si presenta come un Paese maggiormente sicuro. Non è una questione diversa dalla capacità di difesa militare. Per questo gli investimenti nel settore devono essere considerati come gli investimenti nella difesa nazionale con regole che devono essere adeguate».
A quattro anni dalla sua nascita, qual è il bilancio di Enea Tech e Biomedical?
«La Fondazione nasce in una situazione di crisi pandemica quando ci si rese conto di una criticità del nostro Paese. Bisognava reagire e servivano, per farlo, risorse, attori e strategie. Sulle risorse, il Mef, con il ministro Daniele Franco, l’allora Mise, con ministro Giancarlo Giorgetti, stanziarono immediatamente fondi adeguati. Mancavano però attori e strategie. Non esisteva in Italia un attore nazionale che avesse un mandato specifico come il BARDA (Biomedical Advanced Research and Development Authority) negli Stati Uniti o l’Institut Curie in Francia. Si decise quindi di creare una Fondazione a carattere nazionale con il compito di agire in modo sistemico nel sostegno della ricerca biomedica di frontiera e il trasferimento alla sperimentazione clinica, alla cura e alla produzione e di assumersi parte del rischio di questo difficile processo. La Fondazione, che esisteva per gestire un Fondo di trasferimento tecnologico, fu dotata di un Fondo biomedico. Deciso l’attore, era necessario dotarsi di una strategia e la scelta fu di muoversi su tre direttrici: un’azione di sostanziale “venture capital” per intervenire a sostegno di startup e piccole imprese, la ricerca di partner importanti per la creazione di strutture e hub di ricerca biomedica i cui tempi di progettazione e di disegno istituzionale richiedono tempo anche a fronte di difficoltà poste dalla regolamentazione italiana ed europea sull’uso di fondi pubblici per sostenere attività assieme a soggetti privati, e infine un’azione di attrazione di investimenti in ricerca in Italia da grandi imprese. In sintesi, in soli quattro anni è stata creata da zero una struttura operativa. La fondazione ha già investito oltre 100 milioni di euro in startup e piccole imprese alla frontiera della tecnologia divenendo lo scorso anno il primo investitore pubblico in venture capital. Sono in fase di definizione quattro grandi progetti per hub di ricerca biotecnologica e diagnostica avendo come partner istituzioni scientifiche e Irccs di primaria importanza. Infine, si è chiuso un bando per co-finanziamento di progetti di ricerca con grandi imprese per altri 40 milioni».
Secondo lei perché abbiamo un problema di accesso al mercato della ricerca italiana?
«Esiste un problema che nasce appunto dal sistema universitario italiano, nel quale non si fa carriera accademica brevettando i risultati della ricerca ma pubblicando. E spesso la pubblicazione immediata brucia il brevetto. Le Università italiane, tranne alcune, non sono attrezzate per portare al brevetto i risultati della ricerca con uffici appositi. Aggiunga che manca un sistema finanziario privato sviluppato per sostenere il percorso rischioso dalla ricerca al mercato. Per questo motivo, esiste un capital venture pubblico».
Fondazione Enea Tech e Biomedical è uno dei pochi esempi di venture capital «pubblico», una strada notoriamente in salita per via dei vincoli imposti dalla Ue sugli aiuti di Stato. C’è un futuro per questo tipo di approccio pubblico-privato?
«L’uso dei fondi pubblici per sostegno a iniziative private è sempre complesso. Ma si deve capire che nel settore di cui discutiamo, ma non solo, il sostegno pubblico ha una giustificazione economica solo quando il rischio è troppo elevato per l’investitore privato ma i benefici pubblici sono molto alti. Ma si pretende che anche il pubblico investa in condizioni di mercato, cioè di convenienza secondo criteri privati. Ecco perché penso che siano necessarie regole diverse perché si parla di salute pubblica, di sicurezza nazionale, non solo di profitti. Nelle condizioni attuali, la partnership pubblico-privata, pur altamente necessaria, non ha grandi possibilità».
