Se il Partito democratico tenesse davvero a veder riconosciuto uno Stato palestinese, non continuerebbe a mettere insieme risoluzioni come quella che ha presentato in vista del Consiglio europeo. Si tratta dell’ennesimo documento che dà per acquisite condizioni inesistenti, una specie di brochure pubblicitaria che mette da parte la realtà – dettaglio noiosissimo – e vende bell’e fatta “la Palestina quale Stato democratico e sovrano”.
Le non poche e non irrilevanti sciocchezze che maculano il documento del Pd sono il segno evidentissimo della stortura politica, giuridica e storica dell’impostazione che l’ha prodotto. A cominciare dal riferimento ai “confini del 1967” entro i quali dovrebbe essere impiantato lo Stato palestinese, per non dire dell’allusione a “Gerusalemme quale capitale condivisa”: due spropositi che dimostrano una desolante mancanza di dimestichezza del Pd con le cose praticabili (e quelle non lo sono). I cosiddetti “confini del 1967” dovrebbero utilmente essere accantonati non solo e non tanto perché non sono confini (sono linee armistiziali, una cosa ben diversa), ma soprattutto perché dopo decenni di rifiuto palestinese di ogni soluzione condivisa non sta in cielo né in terra, e comunque Israele non accetterà mai, che le pretese territoriali della controparte, messe fuori da una storia di Intifada e promesse tradite, rientrino riverniciate di sangue dalla finestra del 7 ottobre. Idem per quanto riguarda Gerusalemme “capitale condivisa”, visto che per parte palestinese – e per la comunità che ha sempre tenuto bordone a questa ambizione – non si tratterebbe di una reciproca limitazione ma della legittimazione di un avamposto del “diritto al ritorno” dei palestinesi, vale a dire la distruzione dello Stato ebraico.
Ma tutte queste sono quasi sbavature, piccolezze rispetto al corpo generale, ben più malformato, del documento del Pd. Il quale è tutto ispirato all’idea, cioè al pregiudizio, per cui la soluzione del conflitto israelo-palestinese debba essere ricercata enumerando gli obblighi che competerebbero allo Stato ebraico, e solo a questo, sulla scorta dell’elenco delle colpe israeliane poste a causa esclusiva di quel conflitto. La radicalizzazione della società palestinese, la corruzione delle classi dirigenti palestinesi, il mai dismesso e anzi attualissimo proposito di quelle classi dirigenti di “autodeterminarsi” non solo a prescindere dalla sicurezza di Israele, ma a rivendicato detrimento della sicurezza di Israele, insomma l’attuale inettitudine della realtà palestinese a farsi Stato riconoscibile, è materia che evidentemente non interessa gli artigiani delle risoluzioni del Partito democratico.
Per loro – sembra abbastanza chiaro – è come se non esistesse il piano per Gaza adottato con la risoluzione del Consiglio di sicurezza del mese scorso. Quello prevedeva – affidate l’una e l’altra a una forza internazionale – la smilitarizzazione della Striscia e la distruzione delle capacità militari di Hamas? Sì. Ma il Pd che t’inventa? Sanzioni a Israele. Il piano per Gaza esordisce riconoscendo che la Striscia, se non smilitarizzata e non sottratta alle grinfie delle organizzazioni terroristiche, continuerà a costituire un pericolo per la sicurezza della regione e degli Stati circostanti? Già. E il Pd che ti propone? Embargo a Israele e chiusura dei rapporti economici e commerciali “con gli insediamenti israeliani nel Territorio Palestinese Occupato”: che, se devi trovare un modo per risolvere la situazione di quei territori, uno più sbagliato non lo trovi.
Basta? Non basta. Perché il piano per Gaza adottato dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza si occupava anche, come dovrebbero sapere tutti, degli aiuti umanitari, e lo faceva nel doppio proposito che ne fosse assicurata la regolare ed efficace fornitura, da un lato, e che fossero messe in campo iniziative volte a escludere che ne beneficiassero in realtà le organizzazioni terroristiche, dall’altro lato. Perché il piano per Gaza non faceva finta che non esistesse il problema. Che è invece quel che fa il Partito democratico quando pretende che sia consentito agli aiuti “di raggiungere Gaza in tempi certi e in piena integrità”, naturalmente senza occuparsi del dettaglio che a rendere incerti i tempi e l’integrità delle forniture era la pratica di Hamas di sabotarle e appropriarsene.
Non si sa, dunque, davvero a che cosa servano le periodiche reiterazioni dei vagheggiamenti in cui si esercita questo partito nell’offrire presunte “soluzioni” per Gaza. Sono buone come volantino da leggere in favore di smartphone sul ponte di una barca della Flotilla, ma non servono a niente.
