Il referendum sulla giustizia viene raccontato, da chi invita a votare no, come un azzardo: una riforma pericolosa, un salto nel buio, una forzatura che metterebbe a rischio l’indipendenza della magistratura. È una narrazione rassicurante per chi la propone, ma profondamente fuorviante. Perché rovescia il problema. La vera domanda non è se il referendum introduca un elemento di instabilità, ma se sia ancora accettabile lo stato attuale delle cose.

Riforma della giustizia, lo stato attuale delle cose non è accettabile

Il punto centrale, troppo spesso eluso, è questo: la magistratura italiana è oggi l’unico grande potere pubblico che non risponde mai di sé stesso. Non risponde politicamente, non risponde disciplinarmente in modo efficace, non risponde sul piano organizzativo. È un potere che si autogoverna, si autovaluta e si autoriproduce. Il referendum non nasce per “migliorare” questo sistema, ma per certificare che quel modello di autoregolazione ha fallito. Non si tratta di una valutazione morale sui magistrati, né di una polemica ideologica. È un dato strutturale. Da decenni si promettono riforme interne, correttivi, autocritiche. Da decenni nulla cambia davvero. Le correnti restano centrali, il CSM continua a funzionare come una camera di compensazione politica interna, gli errori giudiziari non producono conseguenze reali. In qualunque altro ambito dello Stato, una simile assenza di accountability sarebbe considerata inaccettabile.

Perché da decenni non cambia nulla

Due esempi tra i più emblematici: i magistrati che si occuparono del caso Enzo Tortora e di Rignano Flaminio, due tra i più clamorosi e nefasti errori giudiziari della storia recente, hanno proseguito la loro carriera senza alcuna conseguenza disciplinare, arrivando in alcuni casi a ricoprire anche incarichi apicali. Nessuna responsabilità interna, nessuna sanzione, nessuna interruzione di carriera, anzi… Le uniche conseguenze concrete sono rimaste interamente a carico delle vittime: la morte di Enzo Tortora e un peso devastante sulle persone ingiustamente coinvolte nel caso di Rignano Flaminio. Qui si innesta un equivoco voluto: chi vota sì non chiede una giustizia “più forte” o “più debole”, ma una giustizia finalmente responsabile. Responsabile non nel senso della colpa individuale, ma della responsabilità istituzionale. Chi esercita un potere che incide sulla libertà, sulla reputazione e sulla vita delle persone deve essere inserito in un sistema di contrappesi reali, non solo proclamati. Questo non è un salto nel buio. È, al contrario, l’allineamento dell’Italia a ciò che in gran parte d’Europa è già realtà da tempo. In Francia, in Germania, in Spagna, nei Paesi Bassi, in Svizzera, il pubblico ministero non appartiene alla stessa carriera del giudice. Le funzioni sono distinte, i percorsi separati, gli organi di governo differenti. Nessuno considera questi sistemi meno democratici o meno garantisti del nostro. Anzi, proprio quella separazione è ritenuta una garanzia minima di imparzialità. In quei Paesi non si teme che la distinzione tra chi accusa e chi giudica produca derive autoritarie. Si teme l’opposto: che la loro confusione le favorisca. Ed è esattamente ciò che accade in Italia, dove l’equilibrio tra le parti resta formalmente sancito ma sostanzialmente fragile, quasi evanescente e dove il cittadino percepisce — spesso a ragione — che l’accusa gode di una posizione di vantaggio.

A cosa servirà il referendum

Il referendum serve allora a riequilibrare i poteri, non a indebolirli. Serve a ricordare che l’indipendenza non è irresponsabilità, e che l’autonomia non può trasformarsi in autoreferenzialità. Serve, soprattutto, a tutelare il cittadino normale: non l’imputato eccellente, non il politico famoso, ma chi viene trascinato in un procedimento per automatismi, per errori, per denunce fragili, e scopre troppo tardi che uscire indenni dal processo non significa uscire indenni dalla vita. Il fronte del no non offre alternative credibili. Non propone riforme diverse, non indica correttivi concreti, non spiega come si dovrebbe risolvere lo squilibrio attuale. Si limita a difendere lo status quo in nome di un pericolo astratto. Ma il vero rischio è continuare a considerare intoccabile un sistema che ha dimostrato, nei fatti, di non sapersi correggere.

Cosa significa votare sì

Votare sì non significa avere fiducia cieca nella riforma. Significa prendere atto che la fiducia nel sistema attuale non è più giustificata. È un voto di maturità democratica, non di appartenenza politica. Questa riforma non introduce di per sé una responsabilità sanzionatoria dei magistrati. Ma smonta il sistema che oggi la rende impossibile, separando ruoli, carriere e organi di autogoverno. Senza questo passaggio, ogni discorso sulla responsabilità resta pura retorica.