Il professor Luca Longhi, ordinario di Diritto Costituzionale e Pubblico presso l’Università Telematica Pegaso, autore di prestigiose monografie come “La democrazia giurisdizionale” e componente del gruppo di lavoro della Commissione Affari Costituzionali della Camera, si schiera con convinzione per il Sì al referendum sulla giustizia. Difende con argomentazioni solide la separazione delle carriere tra Giudici e Pm, il sorteggio per il Csm e le misure per una maggiore responsabilità disciplinare, come passi epocali per realizzare il giusto processo dell’art. 111 della Costituzione e superare le degenerazioni delle correnti, garantendo imparzialità e tutela del merito per cittadini e magistrati.

Professor Longhi, lei è per il fronte del Sì: come la separazione delle carriere tra Giudici e Pm rafforza l’imparzialità della giustizia, evitando conflitti di interesse?

«Ho aderito in maniera convinta alla causa del Sì, ritenendo la separazione delle carriere una doverosa battaglia di civiltà giuridica, nella quale credevo ben prima dell’attuale campagna referendaria. La riforma contribuisce finalmente a realizzare, soprattutto nella giustizia penale, i contenuti del “giusto processo” affermati nell’art. 111 Cost., che, ad oggi, rappresentano in larga misura una chimera o comunque una formula retorica di cui i cittadini, e spesso gli stessi addetti ai lavori, faticano a comprendere l’effettiva portata».

In che modo la modifica dei criteri elettorali per il Csm garantisce una composizione più equilibrata e democratica dell’organo di autogoverno?

«L’introduzione del sorteggio serve a spezzare le degenerazioni del sistema delle correnti, venute tristemente all’attenzione dell’opinione pubblica in epoca recente, suscettibili di determinare condizionamenti nelle carriere dei magistrati. Si tratta, dunque, di una misura posta a tutela degli stessi magistrati, a garanzia del merito. Il Csm, per il suo posizionamento costituzionale, è prima di tutto un organo di alta amministrazione, piuttosto che un mero luogo di rappresentanza politica, come i sostenitori del No vorrebbero far credere, travisando il senso dell’art. 105 Cost. Considerate, dunque, la natura giuridica dell’organo e l’elevata qualità dei componenti dell’ordine giudiziario, comprovata dal superamento di un concorso altamente selettivo, non possono esservi controindicazioni correlate al meccanismo del sorteggio. Sarebbe un modo per ridare finalmente valore al famigerato slogan “uno vale uno”, caro alla vulgata populista degli anni passati, che aveva dato luogo ad applicazioni concrete, invero, non sempre del tutto felici».

Quali benefici concreti porterebbe il Sì in termini di tempi di durata dei processi e responsabilità disciplinare dei magistrati?

«La riforma non incide in senso stretto sulla durata dei processi, ma, contribuendo ad attuare compiutamente l’art. 111 Cost. nel significato indicato, certamente potrà consentire di realizzare il giusto processo in una dimensione di effettività, in tutte le sue declinazioni. Per quanto riguarda la responsabilità disciplinare, la previsione di un’Alta Corte comporterà una maggiore certezza giuridica in un ambito che nell’arco dei decenni si è mostrato spesso, statistiche alla mano, eccessivamente “domestico”».

Non rischia la riforma di intaccare l’indipendenza della magistratura rispetto al potere esecutivo, o al contrario la consolida?

«La riforma non determina alcuna soggezione della magistratura al potere esecutivo, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, allo scopo di generare infondati allarmismi democratici, diffondendo falsi miti che servono solo ad inquinare il dibattito di queste settimane. Viceversa, mi sembra che l’impianto complessivo della riforma, per le maggiori garanzie offerte al cittadino, concorra a realizzare un ordinamento giudiziario pienamente coerente con il disegno originario voluto dai Costituenti, a cominciare dal disposto dell’art. 101 (“la giustizia è amministrata in nome del popolo”), che viene spesso trascurato nel suo valore precettivo e nella sua profondità di significato».

Perché questa riforma costituzionale rappresenta un passo epocale per i cittadini, rendendo la giustizia più equa e accessibile?

«Può rappresentare un’occasione, forse irripetibile, per dare impulso ad un percorso che aveva conosciuto nel Codice di procedura penale del 1989 e nella modifica dell’art. 111 della Costituzione due tappe particolarmente significative, ma che ancora attende di essere portato a compimento. Un percorso nel quale acquista nuova linfa il costituzionalismo democratico-liberale dei nostri Padri, che ben poco ha a che vedere con lo sterile conservatorismo costituzionale di chi è bravo solo a dire No».

Maurizio Pizzuto

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