Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio si avvicina e, pur in assenza di una data ufficiale, il quadro politico e istituzionale che lo circonda appare già fortemente polarizzato. Secondo il guardasigilli, il voto dovrebbe tenersi “presumibilmente nella seconda metà di marzo”, una finestra temporale che trova il consenso della maggioranza di governo e che segna l’avvio di una fase decisiva nel confronto sulla riforma.
Nordio, in un’intervista, ha ribadito la convinzione che una campagna informativa capillare sui contenuti del provvedimento possa favorire la partecipazione e condurre a un risultato positivo. La riforma, sostiene il ministro, non stravolge la Costituzione né assume un carattere punitivo nei confronti della magistratura, ma rappresenta piuttosto la naturale evoluzione del processo penale delineato dalla riforma Vassalli. Attribuirle un significato politico, avverte, sarebbe “improprio e pericoloso”, soprattutto per l’equilibrio della magistratura stessa. Il clima resta però teso nei rapporti con l’Associazione nazionale magistrati e Nordio accusa l’Anm di aver rifiutato ogni confronto diretto con lui, nonostante la disponibilità dichiarata a un faccia a faccia pubblico. Un atteggiamento che il ministro giudica contraddittorio, alla luce della decisione dell’Anm di costituire un comitato per il No, scelta che a suo avviso rappresenta già un atto politico. Il rifiuto del confronto, sostiene, rischia di apparire come una fuga dal dibattito, tanto più se l’associazione dovesse accettare discussioni con altri esponenti politici ma non con il titolare del dicastero della Giustizia.
Sul fronte della maggioranza, Forza Italia spinge per evitare polemiche sulla collocazione temporale del voto. Il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, ha chiarito che “qualsiasi data di marzo va bene”, sottolineando come l’obiettivo centrale sia l’esito del referendum, che il partito considera favorevole al Sì. Secondo Gasparri, concentrare l’attenzione sulla data rischierebbe di alimentare divisioni inutili, mentre la posta in gioco sarebbe ben più ampia: avviare, a partire dal Consiglio superiore della magistratura, un processo che ponga fine a quello che viene definito l’uso politico della giustizia.
A sostenere con forza la linea referendaria è intervenuta anche l’Unione delle Camere Penali Italiane, che ha duramente criticato la raccolta di firme promossa contro la riforma. In un comunicato, i penalisti ricordano come il referendum confermativo sia già stato richiesto e ammesso dalla Cassazione, rendendo superflua una nuova iniziativa popolare. Secondo l’Unione, la finalità reale della raccolta firme non sarebbe quella di favorire la partecipazione democratica, bensì di rinviare il voto e allontanare l’appuntamento elettorale. Per i penalisti, si tratterebbe di una strategia dettata dalla consapevolezza di una posizione di svantaggio nei sondaggi, nella speranza che il tempo possa colmare un divario che gli argomenti di merito non riescono a ridurre. Una scelta che, pur non essendo giudicata antidemocratica, viene definita senza ambiguità come “una fuga dal referendum”. Al contrario, l’Unione delle Camere Penali si dice pronta a un confronto prolungato e non teme una campagna più lunga, convinta che un maggiore spazio di dibattito possa rafforzare le ragioni del Sì.
In attesa della data ufficiale, il referendum sulla riforma Nordio si configura dunque come uno snodo politico e istituzionale di primo piano. Tra accuse incrociate, appelli al confronto e strategie contrapposte, il voto di marzo si preannuncia non solo come un giudizio sul merito della riforma, ma come un banco di prova sul rapporto tra politica, magistratura e opinione pubblica.
