Le ragioni di un Sì
Riforma giustizia, la gente comune non capisce più nulla, “oggi sei PM, domani giudice”. Il sorteggio sarà la fine delle correnti e la disciplinare una garanzia per i cittadini
Il dibattito sulla riforma della giustizia è degenerato in una rissa tra tifoserie. Da una parte testimonial governativi che sparano slogan, dall’altra esponenti della magistratura che evocano scenari apocalittici. Nel mezzo, la gente comune che non capisce più nulla, sommersa da fake news e proclami ideologici. “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”, scriveva Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi. Ed è ora di farlo uscire allo scoperto, questo buon senso, e tornare a discutere nel merito.
Riforma giustizia, perché le carriere dovrebbero essere separate
Perché in fondo, di cosa stiamo parlando? Di una riforma che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, principio pacifico in quasi tutto l’Occidente democratico. Eppure in Italia sembra uno scandalo costituzionale, quando invece risponde a un’esigenza elementare: se adottiamo un processo accusatorio, come facciamo dal 1989, le parti devono essere equidistanti dal giudice. Lo diceva Giuliano Vassalli, non certo un pericoloso sovversivo: quel processo “non può ben funzionare se le parti non sono entrambe più distanti del giudice”. La specializzazione che ne deriverebbe non è un optional, è una necessità.
Giudici e Pm, perché la struttura del sistema induce alla confusioni di ruolo
Il pubblico ministero deve essere addestrato a condurre indagini, a sostenere l’accusa in dibattimento, a ragionare da requirente e non da giudice in pectore. Deve avere la cultura del fascicolo che si forma nel contraddittorio, non quella del fascicolo precostituito che poi il giudice ratifica. E il giudice, a sua volta, deve liberarsi di quella cultura del sospetto, di quel retroterra inquisitorio alla Davigo, per concentrarsi sulla giurisdizione pura. Certo, il pubblico ministero deve sempre cercare prove a favore dell’imputato – questo non cambia – ma un conto è la deontologia, un conto è la struttura mentale che ti forma un sistema in cui oggi sei PM, domani giudice, dopodomani magari ancora PM. È un ginepraio che alimenta ambiguità e confusioni di ruolo.
Riforma giustizia, il sorteggio dei membri del CSM: così moriranno finalmente le correnti
Ma la vera partita non si gioca sulla separazione delle carriere, che pure monopolizza il dibattito pubblico. Si gioca su altri due fronti: il sorteggio dei membri togati del CSM e la creazione dell’Alta Corte disciplinare. Qui sta il nocciolo della questione, qui si annida la vera resistenza. Perché il sorteggio significherebbe la fine del potere delle correnti della magistratura, quel sistema che da decenni controlla nomine, carriere e indirizzi attraverso l’ANM e i suoi pochi ma potentissimi esponenti. Tremila e cinquecento iscritti che decidono per tutti.
Riforma giustizia, arriva la “disciplinare”: una garanzia per i cittadini
L’Alta Corte, poi, sottrarrebbe alla magistratura l’autogoverno disciplinare, introducendo un controllo esterno su abusi e disfunzioni. Non è punitiva, è garantista: garantista per i cittadini che subiscono errori giudiziari, garantista per i magistrati onesti che oggi pagano per chi sbaglia senza conseguenze. Come diceva Montesquieu ne L’esprit des lois, “tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le risoluzioni pubbliche, e quello di giudicare”. La separazione delle funzioni non è un capriccio ideologico, è una garanzia di libertà. Ecco perché nei prossimi interventi parlerò solo di tecnica giuridica: composizione dell’Alta Corte, meccanismi del sorteggio, riorganizzazione dei Consigli superiori. Basta con i testimonial, basta con l’apocalisse. Entriamo nel merito, discutiamo da persone serie. La posta in gioco è troppo alta per ridurla a un derby tra tifoserie.
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