Riforma Giustizia, l’anomalia tutta italiana di ANM ha prodotto solo danni. Perché schierarsi per il sì

Non sono assolutamente in grado di dire se davvero il NO a questa riforma appartenga alla stragrande maggioranza dei magistrati italiani, come le iniziative dell’ANM lascerebbero accreditare, o se la realtà sia, almeno in termini di proporzioni, diversa. Penso innanzitutto alla magistratura civilistica, che ha grandi numeri e che immagino meno coinvolta riguardo al tema della separazione delle carriere, strettamente legato al processo penale. Se poi ragioniamo della parte della riforma che invece riguarda sorteggio dei membri del CSM e Alta Corte disciplinare, ho ragione di credere che i consensi verso la riforma siano largamente più ampi di quanto si voglia far credere. Mi viene difficile pensare che il drastico allentamento della ferrea presa politica dell’ANM sull’organo costituzionale di autogoverno – che inesorabilmente deriverebbe dalla conferma referendaria della riforma – e conseguentemente sulle carriere dei singoli magistrati, getti in gramaglie la “stragrande maggioranza” della magistratura italiana.

La militanza associativa coinvolge un nucleo tutto sommato ristretto di magistrati, in larga maggioranza legati alla giurisdizione penale; per il resto, sarei davvero curioso di conoscere lo stato d’animo della maggioranza silenziosa delle toghe nostrane. Quel che è certo, in ogni caso, perché validato dalla esperienza quotidiana di tutti noi avvocati nei corridoi e nelle aule dei palazzi di giustizia, è che i magistrati favorevoli alla riforma, tanti o pochi che siano, non hanno nessuna voglia di manifestarsi pubblicamente. La ragione te la raccontano quelli che, invece, hanno scelto di farlo, e che sono perciò diventati oggetto di pressioni, di rimbrotti, perfino di isolamento da parte dei colleghi più impegnati nella militanza associativa. Perché esporsi a tutto ciò, perché rischiare anche possibili ripercussioni sulla propria carriera? Meglio evitare.

Schierarsi per il sì

Ciò rende ancora più ammirevole la scelta di quanti, invece, si stanno schierando pubblicamente per il SÌ, con argomenti e ragionamenti che, ovviamente, valgono da soli a negare l’assunto fondativo del NO, e cioè che questa sia una riforma contro la magistratura, contro la sua indipendenza, contro la sua autonomia. Perciò ringraziamo davvero di cuore i magistrati che hanno voluto raccontare, in questo numero di PQM, le loro ragioni di apprezzamento verso questa riforma, e comunque la loro distanza dalla demonizzazione francamente sempre più grottesca che la magistratura associata ne sta facendo in modo così rumoroso e non di rado scomposto. Le dimensioni di questa realtà di magistrati favorevoli al SÌ, lo ripeto, sono e restano ignote, ma quello che l’esperienza ci testimonia basta ed avanza per farci riflettere sulla natura tutta di potere di questo scontro referendario. Qui non è affatto in gioco l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, che l’immutato primo comma dell’art. 104 della Costituzione continua a garantire in modo insuperabile. Tantomeno è in gioco l’indebolimento dell’autogoverno della magistratura, visto che tanto nei due CSM che nella inedita Alta Corte di Giustizia disciplinare la solida maggioranza togata dei due terzi dei componenti viene seccamente confermata.

Qui, cari lettori, è in discussione – questo sì davvero – il potere politico fino ad oggi esercitato ininterrottamente sull’organo costituzionale di autogoverno da una associazione privata, autorevole quanto si voglia ma inequivocabilmente privata, che è l’Associazione nazionale Magistrati. Una anomalia solo italiana, senza pari nel mondo, che ha prodotto i danni che tutti conosciamo. Quando parlano di una riforma che “indebolisce la magistratura”, sappiatelo, stanno parlando di questo, Buona lettura!