Riforma magistratura, Battista: “Meloni rischia l’effetto Renzi. Gli attacchi di Giorgia alla magistratura? Non funzionano”

Voce libera e autorevole del giornalismo, Pigi Battista analizza per noi le tensioni di questa fase della campagna referendaria.

Siamo entrati in un clima avvelenato. Che cosa sta accadendo?
«Da parte dei sostenitori del No non c’è stato un solo momento di confronto vero sul merito. Neanche uno. Si è iniziato subito a evocare un presunto attacco autoritario, la messa in discussione dell’indipendenza della magistratura. Poi è partita la narrativa secondo cui chi votava Sì stava con CasaPound, poi che con questa riforma non si sarebbero più potute fare indagini sulla mafia, sulle stragi, sulla P2. Hanno persino sostenuto che le persone per bene votano No, dunque — per deduzione — chi vota Sì diventa automaticamente sospetto. È un assioma fondato sul nulla. L’idea che gli indagati o i criminali “gioirebbero” per la riforma è del tutto infondata: se fai il pubblico ministero come si deve, non mandi in galera innocenti. Punto».

Nel dibattito c’è chi usa il fioretto e chi prende la clava… Che fare?
«Il problema è che ora va misurata la strategia del Sì, soprattutto da parte delle forze di governo e in particolare di Giorgia Meloni. Deve entrare in partita, ma come? Se ci entra troppo rischia l’effetto-Renzi, se ci entra troppo poco rischia di non mobilitare il proprio elettorato. La sfida è proprio questa: mobilitare i propri elettori senza però urtare chi voterebbe comunque Sì pur non appartenendo al suo bacino naturale. Il punto è che l’elettorato di centrodestra non è omogeneamente garantista e liberale, mentre a sinistra — nelle mani di Schlein e Conte — prevale un giustizialismo furioso, una sorta di accozzaglia forcaiola. La destra parla solo il linguaggio securitario. In mezzo resta una minoranza garantista che prova a farsi ascoltare».

Poniamo l’ipotesi che il referendum si perda, che vinca il No, e che Meloni decida di andare al voto anticipato a ottobre. Stravincendo. A chi conviene?
«Non sono affatto convinto che perdere il referendum possa giovare, in caso di voto anticipato. Se sconfitta, la maggioranza può uscire in due modi: o assorbendo il trauma nel giro di un anno, rimettendo insieme i pezzi — e qui pesa molto la fibrillazione interna provocata dalla Lega — oppure andando subito alle urne. Starei attento. In politica certi automatismi non funzionano. Se perdi al secondo round, entrare subito nel terzo può essere un suicidio. Una parte dell’elettorato, travolta dall’effetto-conformismo, potrebbe rifugiarsi nell’astensione».

Che cosa suggerisce, Battista, alla maggioranza?
«Negli ultimi dieci giorni si deve andare “ventre a terra”. L’elettorato della maggioranza è più numeroso rispetto a quello della sinistra che potrebbe votare Sì. Se devi correre un rischio, meglio correre quello di non perdere i tuoi, piuttosto che tentare di acquisire nuovi consensi. Ma attenzione alle parole d’ordine: non so quanto possa funzionare l’idea che “la magistratura attacca la politica”. Potrebbe funzionare di più ricordare episodi come quello di Askatasuna, dove un manifestante stava per uccidere un poliziotto e la sinistra tenta di rovesciare il discorso, trasformandolo in un referendum contro Meloni. Il messaggio dovrebbe essere: sappiate che la sinistra vuole dare una spallata politica, e che noi dobbiamo impedirlo col voto».

E nel merito? Come rispondere alle obiezioni del No?
«Loro non discutono sul merito: dicono sciocchezze. Quando un ex presidente del Consiglio come Romano Prodi afferma che, se sorteggiamo i giudici, tanto vale sorteggiare i vincitori delle Olimpiadi, siamo oltre il limite del ridicolo. Davanti a simili argomenti, come fai a discutere seriamente? Sembra di avere davanti una banda di fanatici. La premier dovrebbe dire chiaramente che la sinistra si rifiuta di entrare nel merito e vuole solo dare una spallata al governo. E aggiungere che questa spallata non ci sarà, e che la si può impedire con il voto favorevole alla riforma».