Riforma magistratura, Eccher (membro laico Csm): “Vi spiego perché il sorteggio non deve far paura”

Il fronte del No lancia allarmi di deriva autoritaria e accuse di attacco alla meritocrazia. Nel frastuono generale emerge la voce di chi vive il sistema dall’interno: l’avvocato Claudia Eccher, membro laico del Consiglio superiore della magistratura, con chiarezza e senza retorica, spiega perché le paure più catastrofiche non trovano fondamento e come la riforma possa davvero rafforzare la credibilità della giustizia italiana.

Mancano pochi giorni al voto: se vince il Sì, l’Italia sarà travolta da una pericolosa ondata autoritaria?
«Assolutamente no. Parlare di deriva autoritaria significa deformare la realtà e alimentare paure che non hanno alcun fondamento. La riforma non riduce l’indipendenza della magistratura, che resta garantita a livello costituzionale, né introduce forme di controllo politico sulla giurisdizione. Al contrario, interviene su alcune distorsioni che negli anni hanno minato la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario. Separare le carriere e rivedere i meccanismi di autogoverno non significa indebolire la magistratura, ma rafforzare l’equilibrio tra le parti del processo e rendere più credibile l’intero sistema».

Allora per quale motivo il fronte del No usa toni catastrofici?
«L’unico modo che i promotori del “No” sembrano avere per contrastare una riforma che renderebbe la giustizia più equa è creare allarmismo e spostare il dibattito dal merito delle norme al terreno dello scontro politico. Si evocano scenari catastrofici e derive autoritarie che non trovano alcun riscontro nel testo della riforma, con il risultato di confondere i cittadini invece di aiutarli a capire. Il confronto dovrebbe essere più serio e concentrarsi sui problemi reali: il correntismo, la percezione di scarsa trasparenza nelle nomine e lo squilibrio tra accusa e difesa nel processo. La riforma nasce proprio dal tentativo di affrontare queste criticità che da anni minano la fiducia dei cittadini nella giustizia, non certo per creare nuove tensioni istituzionali».

Perché il sorteggio fa così tanta paura?
«Il sorteggio è uno strumento pensato per interrompere un meccanismo che negli anni ha rafforzato il peso delle correnti all’interno del Csm. Oggi l’elezione dei componenti togati è spesso il risultato di accordi tra gruppi organizzati, con il rischio che l’appartenenza pesi più del merito. Il sorteggio avverrebbe comunque all’interno di una platea altamente qualificata, cioè tra magistrati che hanno già superato un concorso molto selettivo e maturato esperienza professionale. In questo senso non si abbassa il livello di competenza, ma si amplia la possibilità per molti magistrati capaci e indipendenti di partecipare all’autogoverno senza dover passare attraverso l’intermediazione delle correnti».

Con l’estrazione a sorte, sostiene il No, si dà uno schiaffo alla meritocrazia. Immagino che lei, da membro laico del Csm, sia terrorizzata…
«Direi esattamente il contrario. Il vero rischio per la meritocrazia è quando le dinamiche di appartenenza diventano più decisive della qualità del lavoro svolto. Il sorteggio non sostituisce il merito: interviene solo nella fase di selezione dei candidati al Csm per ridurre il peso delle organizzazioni correntizie. La meritocrazia si afferma davvero quando i magistrati vengono valutati per le loro capacità, per la qualità delle sentenze, per la puntualità e l’impegno con cui svolgono il proprio lavoro».

Cosa cambierà sulle nomine e sui procedimenti disciplinari?
«L’obiettivo della riforma è rendere questi processi più trasparenti e meno condizionati da logiche di appartenenza. Sul fronte delle nomine, si punta a rafforzare criteri oggettivi e verificabili, così che la scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari sia percepita come il risultato di una valutazione sul merito e sull’esperienza professionale. Per quanto riguarda i procedimenti disciplinari, l’idea è garantire maggiore autonomia e terzietà nel giudizio, evitando che eventuali rapporti di vicinanza o appartenenza possano influenzare la valutazione dei comportamenti dei magistrati».

Anche l’Alta Corte disciplinare è un tassello fondamentale della riforma…
«Sì, perché introduce un ulteriore elemento di equilibrio nel sistema. L’Alta Corte disciplinare nasce con l’obiettivo di assicurare un giudizio più indipendente e autorevole nelle questioni disciplinari che riguardano i magistrati. È uno strumento che punta a rafforzare la fiducia dei cittadini nel fatto che eventuali responsabilità vengano valutate con rigore e imparzialità».