Cinque anni fa, Luca Palamara – che è stato presidente dell’Anm e per cinque anni al Csm – ha svelato la storia segreta della magistratura e il gioco continuo tra affari e politica con un libro scandalo che ha provocato un terremoto nella giustizia italiana. Quello che è successo dopo dimostra che il Sistema esiste ancora. La piaga delle detenzioni e dei processi ingiusti non dà alcun segno di guarigione. Come se non bastasse, la magistratura ha sempre detto di non voler fare politica, ma poi continua a utilizzare le correnti, in origine garanzia di pluralismo e indipendenza, per dettare le regole del gioco delle spartizioni e delle nomine. Esce in questi giorni il suo ultimo libro, Il Sistema colpisce ancora, edito da Rizzoli.
Palamara, dunque il Sistema colpisce ancora?
«Quando nel gennaio 2021 uscì Il Sistema, scritto con Alessandro Sallusti, molti dissero che raccontava un passato superato. Oggi sappiamo che non era il passato: era la fotografia di un metodo. Quel metodo — correnti organizzate, scambi interni, logiche spartitorie nelle nomine — non è stato smantellato. La struttura di potere è rimasta sostanzialmente identica. I magistrati nominati con quel sistema sono ancora ai vertici degli uffici più importanti. Le dinamiche interne non si sono dissolte: si sono fatte più silenziose. Il Sistema colpisce ancora perché le regole formali possono mutare, ma senza intervenire sull’assetto ordinamentale — separazione delle carriere, doppio CSM, sorteggio — le logiche restano le stesse».
Il meccanismo correntizio si può scardinare senza sorteggio? Cosa comporta per un magistrato stare o meno in una corrente?
«Le correnti nascono come articolazioni culturali, ma nel tempo sono diventate centri di gestione del potere. Oggi, per un magistrato che ambisca a incarichi direttivi o semidirettivi, l’appartenenza conta. Non è un automatismo, ma è un fattore. Stare in una corrente significa entrare in una rete: sostenere candidature, costruire consenso. Non starci significa restare ai margini dei meccanismi decisionali. Il sorteggio per la componente togata del CSM è uno strumento per spezzare l’oligopolio organizzato. Senza un elemento casuale, il sistema tenderà a riprodurre sé stesso. Non si tratta di demonizzare l’associazionismo, ma di impedirne la degenerazione oligarchica».
Il referendum può cambiare davvero lo strapotere correntizio?
«Il referendum non è la soluzione definitiva, ma è una leva. Introduce un principio: che l’assetto attuale non è intoccabile. La separazione delle carriere, ad esempio, ridisegna l’equilibrio tra giudice e pubblico ministero. Oggi appartengono allo stesso ordine, condividono cultura, percorsi, autogoverno. Questo crea una fisiologica contiguità che incide sulla percezione di terzietà.
Ridurre lo spazio delle correnti significa restituire credibilità alla giurisdizione. Il referendum può rappresentare un primo passo per dire che il sistema va riformato in profondità, non semplicemente ritoccato».
La valutazione dei magistrati rimane un problema. L’Alta Corte può riequilibrare?
«La responsabilità è centrale. Le sanzioni disciplinari sono numericamente limitate rispetto ai procedimenti, alimentando la percezione di autoreferenzialità. Un’Alta Corte disciplinare autonoma e distinta dal CSM introdurrebbe terzietà nel giudizio. Non è una misura punitiva: è una garanzia per cittadini e magistrati. Separare chi governa le carriere da chi giudica evita sovrapposizioni. La credibilità passa anche dalla capacità di sanzionare errori gravi senza logiche di appartenenza».
Le affermazioni di Nicola Gratteri con l’assioma tra chi vota Sì e malavitosi hanno dell’incredibile.
«Gratteri ha poi ridimensionato l’affermazione, evidentemente ritenendola sbagliata. In una democrazia il voto è espressione della sovranità popolare. Assimilare milioni di cittadini a mafiosi perché esprimono un’opinione diversa alza impropriamente lo scontro. Le riforme si valutano nel merito, non per slogan. Ridurre il dibattito a una contrapposizione morale tra “buoni” e “cattivi” non aiuta la giustizia».
L’ANM e il Comitato del No con sede presso lo stesso Palazzo di Giustizia della Corte di Cassazione. È normale questa sovrapposizione?
«L’ANM ha diritto di esprimere una posizione. Ma quando l’associazione è percepita come parte politica nel confronto referendario, si rischia di sovrapporre rappresentanza sindacale e funzione giurisdizionale. Il Palazzo della Cassazione è simbolo di terzietà. Anche solo per opportunità, sarebbe auspicabile mantenere una distinzione netta tra sede della giurisdizione e luogo dell’attività politica o referendaria».
