Rinnovabili e auto green, Urso a Bruxelles: “Aggiustare le norme per essere competitivi”

Il Ministro delle imprese Made in Italy Adolfo Urso in occasione degli Stati Generali dell'Industria "Verso un’Europa più competitiva: Innovazione, Sostenibilità e Politiche Industriali", incontro promosso dal Parlamento Europeo e dalla Commissione Europea. Europa Experience - David Sassoli a Roma Lunedì 12 Maggio 2025 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Minister of enterprises and Made in Italy Adolfo Urso on the occasion of the States General of Industry "Towards a more competitive Europe: Innovation, Sustainability and Industrial Policies", a meeting promoted by the European Parliament and the European Commission. Europa Experience - David Sassoli in Rome Monday May 12 2025. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

La due giorni del ministro Urso a Bruxelles, tra ieri e oggi, riapre il dossier europeo sulla decarbonizzazione. La retromarcia della Commissione, a metà dicembre scorso, ha lasciato insoddisfatti i governi quanto anche le filiere produttive.

Da qui l’obiettivo del responsabile del Mimit di sensibilizzare la delegazione italiana su alcuni elementi imprescindibili, affinché l’auto europea, quindi non solo Made in Italy, torni a viaggiare sulle strade del mondo. India compresa, visto che è stata proprio l’auto a fare da perno all’accordo siglato da von der Leyen e Costa a Nuova Delhi sempre ieri. L’Europa vuole mettere la sua bandiera in un mercato dalle potenzialità straordinarie. Il terzo per volumi di vendite, dopo Cina e Usa, con trend di crescita di 6 milioni di immatricolazioni entro il 2030. Tuttavia, non basterà il taglio del 40% delle tariffe ai veicoli importati – come promesso da Modi – se si vuole tenere testa ai brand locali e giapponesi e senza che si metta davvero mano alle norme ambientali imposte da Bruxelles.

È per questo che l’impegno del ministro italiano assume il respiro comunitario. Convincere i nostri europarlamentari a stare dalla parte delle imprese connazionali vuol dire fare anche un favore ai partner tedeschi e francesi. «Il 2026 sarà l’anno delle riforme in Europa – ha detto Urso – e l’Italia può assumere un ruolo da protagonista nelle scelte che determineranno il futuro del nostro Continente. Serve una linea chiara e pragmatica, senza rigidità ideologiche, che l’Italia è pronta a indicare per coniugare transizione e competitività industriale». All’atto pratico, Urso ha insistito sulla necessità di raggiungere la piena neutralità tecnologica per l’ecosistema. Lo scoglio di “zero emission 2050” è ancora in vigore. Gli obiettivi intermedi da un lato hanno diluito la rigidità del Green deal, dall’altro hanno reso le cose più complesse per le imprese. Senza un chiaro mix energetico, l’industria europea resterà comunque dipendente – sotto ricatto, se si vuol esser più brutali – da fornitori extra-Ue.

E non si tratta solo degli idrocarburi. L’apertura ai carburanti rinnovabili, infatti, legata ai soli veicoli elettrici plug in non è sufficiente, va estesa a tutte le tipologie di motorizzazione e fin da subito. Questo proprio perché non si può ragionare convinti di essere l’ombelico del mondo. Le case d’auto hanno scritto la storia della motorizzazione mondiale. Adesso sono diventate sempre più un bene di lusso. L’India insegna come sia necessario aggredire segmenti di clienti interessati a veicoli di taglia più piccola. Con un interscambio di 130 miliardi di euro, di cui il 10% circa coperto dal Made in Italy, il subcontinente indiano è un’occasione che l’Europa che non può lasciarsi sfuggire.

«L’Europa deve lavorare a tutelare la produzione interna, ma nel contempo aprire nuovi mercati», ha detto sempre Urso commentando la firma dell’accordo a Nuova Delhi. «Vedremo poi nei dettagli, ci sarà sicuramente qualcosa da migliorare, però ci si apre a mercati importanti, soprattutto per la nostra meccanica, principale voce delle nostre esportazioni». Ursula von der Leyen, di sari vestita, sembra aver inteso il messaggio. L’importante è che abbia tenuto anche alta l’attenzione sulle notizie di Bruxelles, dove i governi nazionali continuano a perorare la causa delle imprese che chiedono una politica industriale di respiro comunitario.