Risiko bancario italiano atto secondo. Il riassetto del sistema creditizio è tornato al centro della scena finanziaria (e non solo), ma il capitolo che si sta scrivendo ha una trama meno lineare e più politica. Con la nuova legge Capitali che sta già sortendo alcuni effetti. E gli ottimisti continuano a prevalere sui pessimisti.
«Il risiko domestico può avere un impatto positivo perché rende l’Italia più attrattiva per gli operatori internazionali e apre spazi di collaborazione lungo tutta la filiera del finanziamento alle imprese», spiega Guido Rosa, presidente Aibe (Associazione Italiana Banche Estere). D’altronde dopo il primo atto dal titolo «Grandi manovre industriali», la partita si è spostata sul terreno più sottile e decisivo della governance. È qui che si decidono non solo gli equilibri di potere, ma anche la direzione strategica del credito nei prossimi anni, con un intreccio sempre più stretto tra mercato e istituzioni. Il calendario resta fitto di snodi chiave.
Mentre la Bce fa sapere che negli stress test 2026 gli istituti di credito dovranno definire il proprio scenario geopolitico di rischio, la stagione assembleare è alle porte, parallela alle decisioni di governo sulle nomine per le partecipate. Si rinnovano consigli di amministrazione cruciali, a partire da Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm. Il caso Mps continua a essere il baricentro simbolico dell’intero risiko nazionale, potenzialmente scatenante un effetto domino. Con l’indagine giudiziaria in corso sulla scalata a Mediobanca che coinvolge a carattere personale l’Ad Luigi Lovaglio, il Comitato nomine presieduto da Domenico Lombardi sta lavorando a un regolamento rafforzato che non esclude direttamente la possibilità per Lovaglio di essere inserito nella lista del CdA, ma di fatto lo limita fortemente.
Negli ultimi mesi il CdA sembra essersi invece compattato attorno alla figura del Presidente Nicola Maione, che ha garantito stabilità e salvaguardato il dialogo costruttivo tra gli stakeholder. Ora c’è da celebrare effettivamente un matrimonio che formalizzi le fusioni giuridica e soprattutto operativa. L’Assemblea straordinaria Mps del 4 febbraio per modifiche statutarie e governance dirà molto in questo senso. Le istituzioni hanno interesse che il nuovo CdA sia composto da figure apicali ideali per ottenere il via libera Bce sul piano industriale (entro marzo) e capaci di compiere scelte strategiche decisive. Il bivio è tra donare flessibilità a Mediobanca mantenendola quotata e dotata di adeguato flottante, oppure delistarla e dare l’opportunità a Mps di inglobare lo storico salotto buono di Rocca Salimbeni con automatica valorizzazione di sinergie stimate in oltre 700 milioni di euro. Quest’ultima ipotesi sembra più in linea con gli interessi degli azionisti Mediobanca.
Sulla partita della governance Mps al momento prevale la prudenza istituzionale, mentre gli azionisti privati sono già in fermento. Delfin e il gruppo Caltagirone continuano a presidiare attivamente il campo relazionale, pronti comunque a muoversi se si aprissero spiragli di valorizzazione delle partecipazioni. Le ipotesi di dismissione, in particolare su Mps, restano opzioni tattiche più che decisioni imminenti, mentre prevale l’attesa di un contesto di mercato più favorevole. La strategia di Delfin e Caltagirone, sostenuta da una comune robusta capacità finanziaria, resta di lungo periodo: partecipazioni mirate, peso nei nodi strategici del sistema e nessuna fretta di scoprire le carte. Il CdA di BPM si riunirà il 5 febbraio (il giorno seguente l’assemblea straordinaria Mps) per formalmente approvare il bilancio d’esercizio 2025. Sul tavolo c’è anche l’idea di dare più rappresentanti in CdA a Crédit Agricole (fino a 7 poltrone su 15), qualora salisse ancora, dopo aver reso noto di essere arrivata al 20,1%. Sarebbe un progetto che certificherebbe la conquista francese, in vista della presentazione della lista per i candidati e del rinnovo del board fissato per il prossimo 16 aprile.
Intanto il Presidente di Unicredit, Pier Carlo Padoan, raffredda decisamente i rumor sulle potenziali mire di ritorno su BPM per Unicredit: «I ritorni di fiamma sono pericolosi». Ma la banca pan-europea resta comunque il convitato di pietra di questo capitolo del risiko: è il soggetto con maggiore flessibilità strategica, abbastanza grande da essere protagonista, abbastanza internazionale da non dipendere solo dalle dinamiche domestiche. Diverso, ma altrettanto centrale, è il ruolo di Intesa Sanpaolo. Il primo gruppo bancario italiano osserva la partita dall’alto di una posizione di forza, con risultati solidi e una leadership industriale difficilmente scalfibile. Intesa non ha bisogno di muoversi, ed è proprio questa immobilità apparente a renderla decisiva.
Ogni operazione di sistema deve fare i conti con la sua presenza, anche solo per evitare squilibri competitivi. Sembra agire da regolatore implicito del risiko: la sua strategia di consolidamento interno e di valorizzazione delle partecipazioni, a partire da Generali, contribuisce a confinare il perimetro delle mosse altrui. Lo scenario complessivo che emerge è bifasico. Nel breve periodo potrebbe prevalere la stabilità: rinnovi dei board, conferme dei vertici, istituzioni attente a evitare scossoni. Nel medio termine, però, il risiko tornerà a muoversi. La pressione competitiva, il tema delle dimensioni e gli investimenti tecnologici renderanno inevitabile una nuova stagione di fusioni. Mps studia, Unicredit osserva, Intesa presidia, gli azionisti pazientano, lo Stato tiene il tempo. La prossima mossa arriverà quando il mercato meno se l’aspetta.
