Giornalista, attivista, dissidente naturalizzata statunitense, Masih Alinejad è fuggita dall’Iran nel 2009. Il regime ha messo una taglia sulla sua chioma di capelli ricci, e tre volte ha inviato sicari per ucciderla. Lo scorso 14 gennaio, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha sferrato un durissimo attacco al rappresentante dell’Iran, ma anche alla comunità internazionale debole. Nel suo discorso, ha citato alcuni nomi dei giovani uccisi – «macellati», per usare le sue parole – dalla brutale repressione degli ayatollah e delle Guardie della Rivoluzione islamica. Poi, la voce rotta: «Mi sento in colpa a non nominarli tutti». Masih Alinejad è la guerriera con un fiore tra i capelli. La sua voce sicura mette i brividi al telefono. «Hi, my sister», così inizia la nostra intervista, «I am trying to be good, but it’s not easy».
Quali sono gli ultimi aggiornamenti sulla situazione in Iran?
«Il blackout è disastroso, non sappiamo con precisione il numero delle persone uccise. Le mie fonti mi dicono che i morti sono oltre 30.000. Mi parlano di intere famiglie sterminate, e dei miliziani del regime che entrano anche negli ospedali per sparare ai feriti sopravvissuti. È una esecuzione di massa».
Perché le proteste di oggi non sono solo proteste, ma un vero e proprio momento rivoluzionario?
«Perché qualcosa di fondamentale si è rotto. La gente non chiede più al regime di riformarsi, lo rifiuta. Le donne hanno rimosso il simbolo della sottomissione. I giovani non hanno più paura. Le famiglie piangono pubblicamente invece che in silenzio. Non si tratta di prezzi del carburante o di elezioni: sono in gioco la dignità, l’identità e un futuro rubato per 45 anni. In Iran le persone sono pronte a morire per la libertà. Questa è una rivoluzione».
L’età media in Iran è di 34 anni. È la gioventù che protesta e combatte. Cosa ne pensi dei giovani occidentali che godono della libertà ma rimangono indifferenti di fronte alla loro battaglia?
«Mi spezza il cuore e mi frustra. I giovani iraniani rischiano, sanno che potrebbero essere uccisi, imprigionati o accecati, eppure scendono in strada senza armi né protezioni. Molti giovani occidentali godono di libertà conquistate con la lotta, ma trattano la libertà come qualcosa di automatico, qualcosa che esisterà per sempre. Non è così, e l’indifferenza non è neutrale. Quando si rimane in silenzio mentre altri vengono schiacciati per aver chiesto le stesse libertà di cui si gode, si beneficia di un sistema di benessere costruito sul coraggio di qualcun altro. La storia non perdona mai questo tipo di silenzio».
In Italia molti giovani sono scesi in piazza al grido «Palestina libera», attaccando Israele e sventolando le bandiere dei terroristi di Hamas…
«Molte persone non capiscono che Hamas è finanziato e armato dalla Repubblica Islamica, lo stesso regime che uccide una donna per aver mostrato i capelli. Ma non è soltanto ignoranza, c’è anche qualcosa di più preoccupante: una confusione morale in cui l’odio per l’Occidente diventa più forte dell’impegno per i diritti umani universali. È profondamente contraddittorio, e pericoloso. Perché non si può pretendere di difendere i diritti delle donne mentre si acclamano forze che imprigionano, torturano e giustiziano le donne. Non si può invocare la libertà mentre si glorificano gruppi che celebrano apertamente l’omicidio, la misoginia e la tirannia religiosa. Non si può romanticizzare la tirannia solo perché a prescindere ci si vuole opporre all’Occidente».
All’Onu hai detto che il popolo iraniano non ha bisogno di parole vuote, ma di un Occidente che tratti la Repubblica Islamica per quel che è, pari all’Isis.
«A fronte di ciò che sta accadendo, le infinite riunioni o gli Statement congiunti delle Nazioni Unite o dell’Ue servono a poco. Non serve a nulla tenere aperta la porta della diplomazia, perché la dittatura parla solo la lingua del terrore».
In una lettera al presidente degli Stati Uniti Donald Trump hai invitato gli Stati Uniti, con l’Occidente, a non restare fermi. Cosa ti aspetti?
«Gli Usa dovrebbero applicare pienamente le sanzioni, prendere di mira la leadership del regime e il suo apparato repressivo, e riconoscere che non si tratta di una questione interna, ma di una minaccia alla sicurezza globale».
E l’Europa?
«L’Europa deve svegliarsi dall’illusione del “dialogo”. Il dialogo ha fatto guadagnare tempo soltanto al boia. L’Unione europea dovrebbe chiudere i fronti del regime, espellere gli agenti dei Servizi segreti iraniani, sanzionare i funzionari responsabili delle uccisioni e schierarsi apertamente con il popolo iraniano invece di negoziare sulle loro tombe. Non solo, voglio lanciare un appello anche al presidente Meloni: i tempi sono più che maturi ormai, per l’Italia, per inserire le Guardie della Rivoluzione islamica – gli assassini che trucidano il popolo iraniano – nella lista delle organizzazioni terroristiche globali. Non esiste il politically correct quando si parla dell’organo militare del regime: usiamo il loro vero nome, sono terroristi».
Un ultimo messaggio agli italiani, in particolare alle giovani generazioni?
«Fate pressione. Scendete in piazza e chiedete ai vostri leader di smettere di riconoscere un regime che spara contro ragazzi e ragazze della vostra stessa età. I giovani, in Iran, altro non vogliono se non la vostra “vita normale” che date per scontata. La libertà non si eredita, si difende. Quello che i giovani iraniani stanno facendo oggi è ciò che i vostri nonni, un tempo, hanno fatto per riportare in Europa pace e libertà. State dalla parte delle persone, non dei regimi. Dalla parte delle donne, non dei loro carcerieri. Dalla parte della vita, non dei culti della morte. La vostra voce conta più di quanto pensiate. Usatela prima di scoprire quanto costa il silenzio».
