"Separare per un giusto processo"
Rosita D’Angiolella, magistrata per il Sì: “L’appartenenza alle correnti crea aspettative, dinamiche di fedeltà che possono condizionare”
Magistrata e Vice capo dipartimento Affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Rosita D’Angiolella è l’eccezione alla regola sul referendum per la separazione delle carriere. A differenza della grande maggioranza dei suoi colleghi in magistratura, ha deciso che alle urne voterà “sì” e ci ha spiegato le sue ragioni.
Tra i magistrati non saranno certamente moltissimi a votare per il “sì”. Quali sono le sue ragioni per andare controcorrente?
«Innanzitutto, ho deciso di aderire al comitato del “sì” come magistrato. Le mie ragioni nascono sul campo, dalla mia storia di giudice e da una giurisdizione fatta di neutralità istituzionale e incompatibilità con ogni colore politico».
Approfondiamo i punti principali della riforma sulla separazione delle carriere…
«Al mio ingresso come giudice della prima sezione del Tribunale di Napoli, la riforma Vassalli aveva compiuto qualche anno e le contraddizioni che vedevo all’epoca come giudice penale poi sono diventate macroscopiche, soprattutto con il nuovo articolo 111 della Costituzione. Giudicare e fare attività di indagine richiedono competenze diverse, credo che non possa sfuggire a chiunque. Basta che si rifletta per un attimo su che cos’è l’indagine e che cos’è la sentenza».
Faccio un po’ l’avvocato del diavolo: ma quelli che dicono che le funzioni sono già ben distinte? Cosa ne pensa?
«Quelli che dicono già così fanno finta di non conoscere la Costituzione che poi difendono per un altro lato. Separare le carriere è rendere effettivo il giusto processo con la terzietà e l’imparzialità del giudice e la parità delle armi. È valorizzare la diversità delle funzioni attraverso modelli organizzativi differenti, il che implica necessariamente una riforma ordinamentale, perché la Costituzione non prevede la separazione delle carriere, ma mantiene ferma – cosa che anche la riforma fa – l’indipendenza e l’imparzialità del giudice. Il tema è che loro si nascondono dietro un pregiudizio: ritengono che con la separazione delle carriere il PM andrebbe sotto il governo, ma non c’è traccia di questo nella riforma costituzionale».
Nella sua carriera ha mai fatto ricorso o aderito a una corrente?
«Non ho mai aderito ad una corrente. Le correnti possono essere legittime come pluralismo, ma l’appartenenza crea aspettative, ‘debiti’ e dinamiche di fedeltà che possono condizionare – anche solo psicologicamente – scelte e carriera. Soprattutto danneggia l’apparenza di imparzialità: il cittadino deve potersi fidare senza pensare a cordate. La rappresentanza si fa con programmi e merito, non con appartenenze».
E questo le è costato?
«Non mi è costato perché la mia determinazione e la mia fede sull’imparzialità e l’indipendenza su cui punta la Costituzione mi hanno dato ragione. Certo, ho dovuto difendermi a denti stretti, lottare, e non è stato per nulla facile».
Quindi sarebbe importante se le correnti venissero scardinate, a partire dal sorteggio per il CSM?
«È fondamentale perché il correntismo è la negazione della magistratura autonoma indipendente. Il sorteggio potrebbe essere un rimedio in astratto criticabile, ma in realtà è necessario per interrompere questo meccanismo degenerato. D’altro canto, anche i sostenitori del “no” in altri momenti storici l’hanno sostenuto».
A tal proposito, è stato pubblicato un filmato di diversi anni fa in cui Travaglio affermava che il sorteggio fosse l’unica soluzione…
«Marco Travaglio è spesso la voce del “no”. La magistratura è piena di persone che esercitano il proprio ruolo in maniera autonoma, indipendente, imparziale, senza fare affidamenti alle correnti. Però è anche vero che parte della magistratura, anche quella che ha dei ruoli più di spicco, spesso fa uso dei canali di informazione in maniera un po’ disinibita ed eccessiva».
Ma l’ANM sta diventando un partito vero e proprio?
«Mi dissocio dalla politica, perché è politica quella che sta facendo l’ANM oggi. Credo che l’Associazione Nazionale dei Magistrati dovrebbe esprimere le ragioni di tutti i magistrati attinenti al suo seno e già se ci fosse una sparita minoranza che sostiene il sì non dovrebbe prendere posizioni così platealmente a sfavore della riforma, come ha fatto con la Costituzione del Comitato per il No. Un conto è contribuire al dibattito, un altro è diventare un soggetto “militante” (scioperi, campagne, manifesti) su una scelta costituzionale che spetta a Parlamento e cittadini. E da magistrati di alto valore non mi aspetto simili cadute di stile e anche una campagna che non ha un riscontro in ciò che è scritto nella riforma, ma si giustifica soltanto con una paura. Il timore che questo o l’altro governo possa, in qualche modo, mettere da parte il potere della magistratura, requirente soprattutto».
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