Un gioiello, un regalo a tutti coloro che amano la storia letteraria della prima parte del Novecento, questo carteggio tra due autentici giganti come Joseph Roth e Stefan Zweig che Adelphi pubblica con il titolo “Ombre folli – Lettere 1927-1938” (a cura di Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel, prefazione e traduzione di Ada Vigliani, postfazione di Heinz Lunzer). Come altrimenti definire questo scambio decennale tra due grandissimi scrittori nella temperie più devastante del secolo scorso?
C’è la vita, in queste lettere, tra due così diverse personalità: più positivo e tranquillo Zweig, più irruento e “maledetto” Roth, sebbene, per uno di quei contrappassi inspiegabili della vicenda umana, il primo si tolse la vita, il secondo morì presto piegato dalla malattia. Zweig, nelle lettere, pare più protettivo, come un fratello maggiore nei confronti di quello più sfortunato, oberato dai debiti e massacrato dall’alcool: e lo consiglia, lo rassicura, oltre ad aiutarlo economicamente a più riprese (anche perché Roth insisteva fino allo sfinimento). Questi infatti buttava via il denaro che gli veniva dagli anticipi degli editori e dai buoni incassi dei suoi romanzi (“La marcia di Radetzky” ed “Ebrei erranti”, soprattutto furono notevoli successi editoriali), spendeva molto per questa mania degli alberghi di lusso dove di volta in volta andava a vivere – ebreo errante, appunto – ma anche per fare fronte alle costose, e vane, cure mediche per la prima moglie.
Austriaci entrambi, figli cioè di quell’Austria che decadeva fino al crollo, tutti e due ebrei talentuosi seppure in modo diverso, Roth e Zweig tennero questo epistolario pieno di garbo (si danno del lei!) ma non senza qualche strappo nervoso, specie di Roth, nei giudizi letterari o sulla visione dei fatti europei di quegli anni. Sull’Europa gravavano anno dopo anno le “ombre folli” del nazismo. Zweig, con la sua sensibilità raffinata molto “viennese”, intuì la catastrofe inevitabile, lasciò il suo Paese fino al riparo a Rio de Janeiro dove nel 1942, distrutto dalla Storia, si tolse la vita; Roth, sanguigno e combattivo, fu invece attraversato dall’idea che dalla tragedia se ne sarebbe potuti uscire. E naturalmente qui c’è tanta letteratura, compresi i giudizi dell’uno sul lavoro dell’altro.
Due scrittori molto diversi, si è detto: «Roth – scrive Heinz Lunzer nella postfazione – invidiava l’amico per la “grazia della fortuna”, per l’armonia e la leggerezza della scrittura – mentre lui, Roth, con alle spalle un’infanzia tenebrosa, sospirava per elevarsi fino alla luce». Vanno sempre riletti, Zweig (“Il mondo di ieri”, tanti splendidi racconti) e Roth (i romanzi già citati, “La cripta dei Cappuccini”, “Confessione di un assassino”, “Giobbe”, “La leggenda del Santo bevitore“). Ma intanto gustiamo questo carteggio e in esso la grazia dei toni: «Stimatissimo e carissimo Stefan Zweig, le mando questa lettera per espresso, anche se avrei preferito telegrafarLe per ringraziarLa della Sua lettera amichevole, vivace e commovente…». Così, tra ringraziamenti accorati spediti per espresso e richieste di aiuto che suonano come confessioni, si avverte la cosa più rara: non il mito di due giganti, ma il tremolio di due uomini che cercano, ciascuno a suo modo, di darsi la mano mentre il secolo crolla attorno a loro.
