Russia, cosa prevede la rivoluzione dolce di Putin

Ora sappiamo con certezza che dopo il 2024 la Russia non avrà un Vladimir Putin presidente per la quinta volta, ma che Putin non se ne andrà. Con il suo discorso annuale alla nazione di mercoledì e le dimissioni a sorpresa del governo Medvedev poche ore dopo, la transizione del potere russo attesa, oggetto di speculazioni senza fine, è ufficialmente iniziata. In che maniera, e perché adesso, così presto rispetto alle prossime scadenze elettorali? Putin ha annuciato una riforma radicale della Costituzione, esplicitandone alcuni punti chiave. Per prima cosa, il rafforzamento del Parlamento a scapito della figura presidenziale, che viene indebolita (sebbene non svuotata di potere) e vincolata ad altre istituzioni.

Sarà il Parlamento a nominare e votare la fiducia al governo, e probabilmente verrà fissato un limite di due mandati presidenziali in totale e non più ‘consecutivi’ (il che impedirebbe a futuri successori di fare la staffetta che Putin aveva fatto con Medvedev, assumendo l’incarico di primo ministro nel 2008 per poi essere rieletto presidente per altre due volte nel 2012 e 2018). In parallelo, il Consiglio di Stato – al momento un organo solo consultivo composto, tra gli altri, dal presidente e dai leader delle regioni russe – acquisirebbe maggiore peso politico. In altri termini, Putin non intraprenderà la via di alcuni eterni dittatori centroasiatici e manterrà il controllo del paese attraverso altri organi, anche se non è ancora chiaro in quale veste: primo ministro, leader del suo partito Russia Unita, capo di un influente Consiglio di Stato, figura extra istituzionale?

Quello che conta, intanto, è che tra i candidati alla prossima presidenza non ci siano oligarchi e nemici di ritorno dall’esilio forzato all’estero. Per assicurarsene, la proposta è di introdurre nella Costituzione il divieto di candidarsi a chiunque non abbia vissuto senza interruzioni in Russia negli ultimi venticinque anni o abbia una cittadinanza straniera. Il che, tradotto, significa porre il veto sui due maggiori oppositori politici di Putin, Michail Khodorkovskj e Aleksej Navalnj. La volontà dell’attuale presidente di creare le condizioni per rimanere al potere de facto dopo il 2024 non spiega, però, il bisogno di farlo con un tale anticipo sui tempi.

Le contestuali dimissioni del primo ministro Dmitri Medvedev e la sua sostituzione con il brillante tecnocrate Michail Mishustin inseriscono queste iniziative in un contesto attuale di malcontento sociale e calo di fiducia popolare nel governo e nel potere russo, soprattutto a partire dalla riforma delle pensioni del 2018. In questo senso, il referendum popolare proposto da Putin per votare le modifiche costituzionali (notizie di ieri parlano del voto già a inizio maggio) può rappresentare una fonte di legittimità per il presidente e il nuovo governo, oltre che non fornire alcuna opportunità di avere un dibattito pubblico o critiche sul tema.

Allo stesso tempo la riforma dà stabilita a un mandato che, fin dal suo inizio, é stato dominato dalle incertezza dell’elite, ma anche della popolazione, su chi sarebbe arrivato e cosa sarebbe successo dopo Putin, con un conseguente immobilismo e stato di sospensione del paese. In questo senso, il prolungamento ufficiale della Russia putiniana in una nuova forma dovrebbe permettere, nell’idea di Putin, di attuare entro il 2024 – come ricorda Leonid Bershidskj in un suo editoriale di giovedì su Bloomberg Opinion – ‘piani nazionali’ di spesa pubblica per un totale di 400 miliardi di dollari.

La scelta di Mishustin per assolvere il compito è in continuita con un trend della politica russa degli ultimi anni, che è andata progressivamente depoliticizzandosi e ha preferito in maniera crescente figure tecnocratiche e burocrati per governare, ed eseguire gli ordini, a membri provenienti da Russia Unita. Mishustin, esperto di fiscalità e digitalizzazione dei servizi pubblici, ha eccezionali, comprovate, capacità amministrative: competenze e qualità ritenute chiave per poter ridurre le spese, e il più possibile la povertà, senza dover intaccare l’iniqua, nepotistica, redistribuzione delle risorse nel paese, né minacciare la leadership politica presidenziale.