Salari più alti con detassazione e contrattazione, la manovra contro assistenzialismo e bonus che la sinistra fatica ad ammettere

Stavolta la Legge di Bilancio non si nasconde dietro la formula del “ce lo chiede l’Europa”, ma interviene dove serviva davvero: nelle tasche dei lavoratori dipendenti. Dopo anni di promesse, indignazioni a comando e slogan sul “salario minimo”, il governo prova finalmente a restituire centralità a chi regge la Repubblica: chi lavora e paga le tasse.

Nel triennio 2025-2028 l’Italia dovrà rispettare gli impegni europei, ma dentro quei vincoli il ministro Giorgetti ha ritagliato uno spazio politico netto: due miliardi per adeguare i salari al costo della vita e una riforma fiscale che valorizza produttività e merito. Dal 2026, gli aumenti contrattuali saranno tassati al 10%, e solo al 5% per chi guadagna meno di 28mila euro. Misura valida anche per i rinnovi del 2025: un segnale concreto e atteso.

Meno tasse per chi guadagna meno di 28mila euro

Dopo decenni in cui la parola “salario” è stata brandita come un vessillo ideologico, arriva un’idea semplice e, per questo, assai apprezzabile: non serve un minimo per decreto, serve una contrattazione viva, che non lasci scadere i contratti per anni. Il governo pensa anche a un sistema di tutela contro i ritardi, simile all’Ipca dell’accordo del ’93, per impedire all’inflazione di erodere i redditi. Niente ritorno alla scala mobile, ma una clausola moderna di salvaguardia per chi genera valore ogni giorno.

Meno tasse su notturno, straordinari, festivi

Si riducono poi le imposte sul lavoro notturno, festivo e straordinario; si raddoppiano i fringe benefit; i premi di produttività verranno tassati all’1% anziché al 5%, e il tetto massimo coperto si sposta da 3.000 euro a 5.000. Incentivi che, finalmente, non puniscono chi lavora di più ma lo riconosce. E per il ceto medio, la riduzione dell’aliquota Irpef dal 35% al 33% fino a 50mila euro rappresenta il primo segnale di giustizia dopo anni di indifferenza fiscale. Ci sarà chi parlerà di regali alle imprese, chi invocherà nuovi sussidi, chi ripeterà le solite “battaglie di principio”. Ma la verità è che questa manovra, pur nei limiti imposti dai conti, prova a spostare il discorso pubblico: dal lamento alla responsabilità, dalla protesta alla produttività. Non è un miracolo, ma un cambio di paradigma.

Il cambio di paradigma

Il centrosinistra, che per vent’anni ha evocato i salari senza toccarli, dovrà scegliere se restare nell’indignazione o ammettere che la stagione dell’assistenzialismo è finita. Contrastare un taglio delle tasse a chi lavora significa negare la realtà di un Paese che può ripartire solo dal lavoro vero, non dai bonus o salari non sudati. Per troppo tempo si è parlato di lavoro come un problema sociale. Questa Legge di Bilancio, con tutti i suoi limiti, ha il coraggio di considerarlo la soluzione. Ribadisce un principio caro ai riformisti: se si vuole più salario, ci sono due strade. Migliorare qualità e quantità del prodotto e definire, nei contratti, una distribuzione equa dei profitti. L’altra è fiscale: quella che scommette sulla crescita, premiando chi produce reddito e, ancor più, chi lo fa meglio. Il segnale è arrivato: ora si vedrà chi avrà la forza di adeguarsi a questo trionfo dell’ovvio.