Salvini-Meloni: dissensi sul consenso. Il Capitano fa il pieno: “Legge elettorale? Mi interessa men che meno”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini nell’aula del Senato durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre, Roma, Martedì, 15 Ottobre 2024 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni and minister of Infrastructure Matteo Salvini during the report to the Senate ahead of the European Council summit on 17 and 18 October, Rome, Tuesday, October 15, 2024 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Lo chiamavano il Capitano. Erano i tempi d’oro della Lega arrembante, e lui, l’eclettico leader, dalla battigia del Papeete sognò di liberarsi dell’esecutivo che aveva formato, e di insediarsi in proprio a Palazzo Chigi. È bastata la sorprendente vittoria in Veneto, ottenuta per interposta persona (Luca Zaia), per ringalluzzire Matteo Salvini e fargli fare il pieno di carburante. Con l’obiettivo a lungo sopito: distinguersi platealmente dalla premier Giorgia Meloni, rimettersi al centro del campo. La materia del contendere è la norma sul consenso, frutto di un’intesa bipartisan tra la presidente del Consiglio e Elly Schlein.

E in questa modalità approvata la settimana scorsa alla Camera. Le prime difficoltà martedì a Palazzo Madama, con la presidente della commissione Giustizia Giulia Buongiorno che rimanda l’approvazione per questioni tecniche. Poi ieri l’ammissione del segretario della Lega. Dice il vicepresidente del Consiglio, a margine della conferenza stampa sui risultati elettorali: “Il consenso è assolutamente condivisibile come principio, ma un testo che lascia troppo spazio alla libera interpretazione del singolo è una legge che rischia di intasare i tribunali e alimentare lo scontro invece di ridurre le violenze”. E ancora: “Così come è scritto, lascia lo spazio a vendette personali, da parte di donne e uomini, che senza nessun abuso userebbero una norma vaga per vendette personali”. Poi i cronisti gli chiedono dell’altro argomento del giorno, la legge elettorale: “Mi interessa men che meno”, risponde il redivivo Capitano.

Il fragoroso dissenso di Salvini nel giro di pochi minuti diventa la notizia del giorno, le minoranze subito sugli scudi, imbarazzo nella maggioranza. Così va in secondo piano, il vertice convocato a Palazzo Chigi per fare il punto della situazione sulla manovra (che andrà in aula dal 15 al 20 dicembre). Poco prima ci aveva pensato la commissione Bilancio del Senato ad usare la scure, dichiarando inammissibili 105 emendamenti segnalati su 414. La mannaia fa vittime eccellenti: il fondo per la riduzione della pressione fiscale utilizzando a copertura la cessione di quote del Mes e la controversa proposta di responsabilità civile dei medici avanzata dalla senatrice di Noi Moderati Michaela Biancofiore. Dichiarato estraneo per materia, anche l’emendamento depositato da Forza Italia e Lega sui compensi ai manager pubblici delle società quotate.

Alla fine dell’incontro a Palazzo Chigi con la premier, è il capogruppo di Forza Italia in Senato, Maurizio Gasparri, ad annunciare la fumata bianca: “Ci saranno sicuramente delle modifiche per quanto riguarda la tutela della casa, per gli affitti brevi, e altre modifiche per la tassazione delle partecipazioni nell’ambito delle holding”. In particolare sugli affitti, vessillo del partito di Antonio Tajani, il capogruppo spiega: “Per una casa sola la tassazione resta al 21%, per due al 26% come nella legislazione vigente”.
La scelta ancora da fare all’interno della maggioranza, conclude Gasparri, è fissare l’asticella oltre la quale scatta l’attività di impresa: “Questo si vedrà, perché c’è chi diceva 5 case e chi diceva 3”. Si va verso un aumento di 0,5 punti dell’Irap per le grandi banche, che porterebbe il prelievo aggiuntivo a 2,5 punti.

L’altro tema che infiamma le aule parlamentari è la discussione sulla nuova legge elettorale, entrata ufficialmente in agenda, dopo il voto di domenica e lunedì. Gli schieramenti si frantumano: Fratelli di Italia si intesta la modifica, Tajani acconsente (ma senza l’introduzione del candidato premier), la Lega fa prove di ammutinamento. Stessa confusione nel campo largo: il Pd è indisponibile, il M5S è tentato. È il costituzionalista (ed ex parlamentare dem) Stefano Ceccanti a spiegare la ratio di un nuovo sistema elettorale. Il professore, in un’intervista a Radio Radicale, prevede: “Il Rosatellum porta inevitabilmente ad una maggioranza risicata, quindi all’instabilità”. E secondo Ceccanti: “Elly Schlein e Giorgia Meloni hanno già detto no a maggioranze spurie e a governi tecnici”. Morale: si vada avanti.
Inebriato dai successi in Campania e Puglia, Il Pd ricorre alle baionette. Tuona il capogruppo dem a Palazzo Madama Francesco Boccia: “Invece di occuparsi di legge elettorale consiglio loro di preoccuparsi del Paese e di migliorare una pessima manovra di bilancio”. Insomma, il sogno del pareggio, l’arte di non vincere mai. Triste, solitario y final.