La prima serata del Festival di Sanremo 2026 passerà agli annali non solo per la musica, ma soprattutto per l’uso plateale di un palco televisivo che da sempre dovrebbe essere spazio di arte, non di propaganda.
La performance di Ermal Meta con Stella stellina – una ninna nanna dedicata alla morte di una bambina durante la guerra a Gaza – ha sollevato critiche nette e fondate. Ci sono momenti nei quali l’arte può e deve raccontare l’indicibile, offrire uno sguardo, scuotere le coscienze. Ma il palco dell’Ariston è una sede particolarmente vulnerabile a strumentalizzazioni. Presentare un’opera con una forte connotazione politica in un concorso così altamente mediatizzato è un’operazione che sfuma rapidamente dall’impegno civile al marketing emotivo.
Ermal Meta ha voluto rendere omaggio alle vittime palestinesi anche con un dettaglio visivo, ricamando sul colletto della camicia il nome “Amal”, inteso come simbolo di tutte le bambine palestinesi morte. La scelta è stata spiegata dallo stesso artista come gesto carico di umanità; ma non è difficile vedere in essa anche una scelta estetica e comunicativa calibrata per massimizzare l’impatto emotivo sulla platea televisiva.
La polemica non nasce nel vuoto. Molto prima dell’inizio del Festival, Levante aveva dichiarato pubblicamente che se avesse vinto Sanremo non avrebbe partecipato all’Eurovision Song Contest perché “c’è un genocidio in atto”. Quel commento racconta come un evento musicale competitivo sia già diventato terreno di prese di posizione ideologiche.
Quando un cantante utilizza il momento di massima visibilità del Festival per lanciare un messaggio che non è universale ma parziale e schierato – come al solito non una parola sulle vittime del 7 ottobre – si crea una specie di concorrenza sleale nei confronti degli altri partecipanti. Gli spettatori non giudicano più il brano per la sua qualità artistica, ma anche per la posizione politica dell’autore.
Il dolore altrui non può e non deve essere usato come leva per ottenere applausi, televoti o popolarità social. Portare sul palco un simbolo di sofferenza specifica, senza equilibrio e senza contesti più ampi, rischia di ridurre tragedie complesse a espedienti scenici. Sanremo è un fenomeno televisivo e mediatico unico. Usarlo per fare spettacolo politico di parte non è un atto di coraggio artistico: è un atto di strumentalizzazione del lutto.
