C’è una linea sottile ma decisiva tra testimonianza civile e costruzione selettiva della coscienza comune e della memoria. Al Festival di Sanremo 2026, sono giorni che fa rumore la scelta di Ermal Meta di ricordare dal palco i bambini palestinesi uccisi nel conflitto in Medio Oriente iniziato dall’organizzazione terroristica di Hamas. Un gesto che, isolato, nessuno può contestare: ogni bambino morto, qualsiasi bandiera viene posta sul suo feretro, è una sconfi tta dell’umanità. Il punto critico è ciò che è rimasto fuori.

Arrivati alla terza serata dello show, forse perché la classifica del fantasanremo non lo vede sul podio o perché in cerca semplicemente di altra visibilità, il cantante ha rincarato la dose tramite dichiarazioni al vetriolo in conferenza stampa e tweet che intendono mantenere il punto. Ma il punto è che in un confl itto che ha prodotto vittime innocenti su entrambi i fronti, la scelta di nominare solo una parte introduce inevitabilmente una gerarchia morale delle vite. Quando il dolore viene rappresentato in modo selettivo, smette di essere universale e diventa narrazione. E la narrazione, specie su un palco nazionale, è sempre un atto politico.

A rendere evidente questa asimmetria è stato un video realizzato con l’intelligenza artificiale dal content creator romano Marco Di Capua. Il lavoro si concentra su Ariel e Kfir Bibas, divenuti simbolo tra i bambini uccisi da Hamas durante il massacro del 7 ottobre in Israele. Il video non manipola l’artista, non altera la sua voce: costruisce piuttosto qualcosa di nuovo, un controcanto ideale contro il cinismo, mostrando l’altra metà del dolore che non è stata pronunciata all’Ariston. È un’operazione concettuale, non tecnica. Visualizza un’assenza.

Ed è proprio quell’assenza a pesare. Perché nel momento in cui si evocano i bambini palestinesi come vittime di un presunto massacro sistematico attribuito a Israele, si contribuisce – consapevolmente o meno – a consolidare una narrazione che demonizza uno Stato e, al contempo, attenua le responsabilità dei tagliagole di Hamas. Un’organizzazione che il 7 ottobre ha deliberatamente colpito civili, bambini inclusi, e che da anni governa Gaza mantenendo la popolazione locale in una condizione strutturale di povertà, repressione e strumentalizzazione del confl itto. L’arte ha diritto di prendere posizione. Ma quando la posizione si fonda su una rappresentazione monca del dolore, il rischio è quello di trasformare la compassione in leva retorica. Utilizzare un palco carico di valore simbolico per proporre una sola angolatura signifi ca chiedere al pubblico di aderire non a un lutto universale, bensì a una lettura già orientata dei fatti. Se l’intenzione fosse stata davvero universale, il discorso avrebbe dovuto allargarsi.

Ai bambini israeliani uccisi il 7 ottobre. Ai bambini russi e ucraini travolti da una guerra che dura da anni. Ai bambini del Sudan, vittime di un confl itto dimenticato. A tutti quelli che, in ogni latitudine, pagano il prezzo delle guerre degli adulti. L’universalità non è un sentimento: è un criterio. E richiede coerenza. Il video di Di Capua, in questo senso, funziona come uno specchio critico. Non sostituisce una memoria con un’altra; mette in luce la natura selettiva della prima. L’intelligenza artificiale diventa strumento per rendere visibile ciò che è stato omesso. L’umanità autentica non procede per sottrazione. Non distingue tra vittime compatibili e vittime scomode. Se si decide di parlare dei bambini uccisi dalla guerra, occorre avere il coraggio di riconoscerli tutti. Diversamente, la memoria si trasforma in atto politico travestito da gesto umanitario. E quando la memoria diventa selettiva, non unisce. Divide e a farne le spese sono proprio quei bambini.

Gianluca Pontecorvo

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