Settantanove anni fa, nel cuore di Roma, Giuseppe Saragat compiva una scelta che avrebbe inciso profondamente nella storia repubblicana: quella di dar corso alla scissione di Palazzo Barberini. Con un simile gesto, vissuto dalla maggior parte dei congressisti come il ripristino di un partito coerente con la storia del socialismo riformista di Turati e Matteotti – più che alla stregua di un atto di divisione interna al movimento socialista italiano – il futuro presidente Saragat segnò culturalmente e politicamente un tornante della storia.
Mi riferisco alla pur naturale adesione alla prospettiva delle liberaldemocrazie europee da parte del suo Partito Socialista dei Lavoratori Italiani: non fu scelto a caso il nome utilizzato tra il 1893 ed il 1895 da quel che sarà il Psi, per poi essere ripescato dal Psu turatiano tra il 1925 ed il 1927. Lo scopo era anche quello di ricollegarsi a quei socialisti riformisti che, espulsi dal montante massimalismo, avevano invece voluto difendere lo stato liberale dal fascismo e da qualsivoglia minaccia totalitaria. Quella dell’11 gennaio 1947 fu dunque una decisione consequenziale, eppure meditata, ma soprattutto radicale e coerente con l’idea che la democrazia, la libertà e il progresso sociale – nell’ottica del socialismo democratico italiano, così come del resto della socialdemocrazia continentale – non potessero essere disgiunti dalla costruzione europea e dal sostegno alle istituzioni libere contro le derive autoritarie.
Lungi da ogni retorica, quel bivio rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per comprendere le tensioni che attraversano le varie sinistre, di fronte alle sfide globali. Saragat non scelse la neutralità. Non optò per il quieto riposo di chi teme l’impopolarità. Scelse piuttosto di collocarsi nel cuore dell’Europa liberale e socialdemocratica, consapevole che il futuro della giustizia sociale e della democrazia fosse indissolubilmente legato alla tenuta delle istituzioni e delle alleanze occidentali. Questo è il filo rosso che si dovrebbe riprendere oggi, alla luce delle cruciali prove che l’Occidente – e in particolare la sua sinistra democratica – sta affrontando nella crisi ucraina. Non si tratta di rivangare aneddoti di un passato lontano, ma di comprendere come l’eredità saragattiana possa aiutare ad orientare scelte difficili, in presenza di minacce autoritarie che non accennano ad attenuarsi.
Il conflitto ucraino è, innanzitutto, una ferita aperta nel cuore dell’Europa. È la testimonianza plastica di cosa accade quando una potenza revisionista tenta di rimodellare i confini con la forza, sfidando quello che noi intendiamo come civiltà, ancor prima che come diritto. Un copione simile a quello già recitato dai sovietici nell’Europa orientale del secondo dopoguerra, ma presentato ai nostri giorni in modo persino più barbaro. Ed è davanti a questa realtà che oggi un’altra figura socialista democratica – John Healey, il ministro laburista della Difesa del Regno Unito – si pone con una fermezza che ricorda, in un diverso contesto, l’audacia di Saragat. Healey, dirigente di punta del Labour, si è trovato a guidare la politica difensiva britannica in un momento in cui la guerra in Ucraina non costituisce un conflitto periferico, ma una questione centrale per la sicurezza di tutta l’Europa. Il suo messaggio è chiaro: non si può più tollerare l’aggressione russa né lasciare Kyiv sola davanti ai crimini di guerra del Cremlino, di cui Putin dovrà essere chiamato a rispondere.
Da un lato, Londra ha stanziato risorse significative per preparare le truppe ad eventuali missioni di mantenimento della pace o di sostegno, se un accordo di cessate il fuoco dovesse emergere. Dall’altro, la sua azione si estende alla cooperazione militare, alla produzione di tecnologie di difesa e ad una netta condanna dell’espansionismo moscovita. È difficile non cogliere la consonanza ideale tra l’orientamento di Saragat e quello di un ministro laburista impegnato oggi nella ferma difesa dei valori liberaldemocratici ed europeisti. Entrambi, infatti, incarnano una sinistra socialista democratica e riformista che non ha mai pensato di confondere la propria vocazione emancipatrice con posizioni di neutralismo morbido o di tiepida equidistanza. Saragat seppe leggere il nesso tra libertà e socialismo; Healey, con i suoi atti e le sue parole, rivendica che non si può trattare con l’aggressore dimenticando le vittime della violenza e i principi fondanti dell’ordine internazionale.
Parlare oggi di un “nuovo occidentalismo”, non necessariamente incentrato su degli Stati Uniti al momento meno affidabili per via del loro presidente, non è un vezzo accademico: significa riaffermare l’impegno per un sistema di regole condivise, per solide alleanze e per una postura internazionale che non rinneghi i diritti fondamentali. Significa capire che la pace non è l’assenza di guerra, ma la presenza di giustizia; non è il ritiro dal confronto, ma la volontà di difendere ciò che è giusto ed umano. Nel misurarsi con la ferita del conflitto in Ucraina, quindi, l’esempio di Saragat rimane illuminante. Non come sterile nostalgia, ma come monito attuale: il coraggio politico consiste non tanto nel rifuggire la difficoltà, quanto nel sapersi collocare con lucidità dalla parte giusta della storia. E oggi, come allora, la socialdemocrazia ha il compito di sostenere un ordine internazionale fondato sulla libertà, pur sapendo che questo richiede determinazione, responsabilità e – sì – coraggio. Solo un Putinversteher come Luciano Canfora può scambiare per “tradimento” la forza d’animo e l’atto di coerenza di quanti ripresero il simbolo del Sole nascente.
Il coraggio di Saragat e l’Occidente che egli scelse riecheggiano, dunque, nelle parole e nei fatti di chi oggi – alle soglie dell’ottantesimo anniversario della scissione di Palazzo Barberini – raccoglie quella sfida ampliandola al grande progetto della pace giusta, della sicurezza internazionale e del senso della storia. Un lascito che rende la lezione saragattiana ancora adesso la stella polare per chi non ha mai avvertito né parentela, né affinità, con sedicenti “sinistre” contemporanee contrarie alla resistenza ucraina, silenti – quando va bene – su quella iraniana o addirittura apertamente allineate con le peggiori satrapie fascio-comuniste e nazi-islamiste.
