Stavo riflettendo sull’articolo che dovevo scrivere sul tema delle misure alternative, messe continuamente in discussione ogni volta che succede che un detenuto al lavoro all’esterno o semilibero o in affidamento torna a commettere un reato (fatto raro se si guarda alle statistiche), quando mi è arrivata una lettera da R. D., detenuto che in carcere è riuscito ad “aumentarsi” la pena perché incapace di accettare la disumanità e la mancanza di speranza della vita da galera e di gestire la rabbia che ne deriva. Questa lettera mi è sembrata “esemplare”, e ne voglio trascrivere qui una parte perché meglio di tanti dati e statistiche spiega che se le persone detenute non possono sperare, dopo anni di carcere, di cominciare un graduale ritorno nella società, e quindi di dare un senso alla loro detenzione con i permessi e poi le misure alternative, la loro carcerazione rischia di diventare un moltiplicatore di comportamenti violenti e aggressivi, che alla fine della pena si tradurranno in ulteriori pericoli per la società.
La lettera e il caso di R. D.
“Sono rimasto buono per tre anni, sperando che avrei sbloccato finalmente qualche permesso, ma sono state solo chiacchiere e aspettative poi cancellate. Nonostante abbia fatto tante cose positive, corsi, spettacoli teatrali, un lavoro fisso da due anni in lavanderia, attestati di concorsi di scrittura, scuola alberghiera, revisione critica del mio passato, con parere positivo del carcere per l’apertura dei permessi premio, sia il magistrato di sorveglianza che il tribunale non mi hanno voluto concedere in nessun modo nessun beneficio. Ovviamente ad un certo punto, dopo mille impugnazioni, cambi di avvocato e altro, mi è saltata la lampadina ed il diavolo non l’ho trattenuto più. Ho cominciato a smuovere un po’ i fili di quel sistema, mettendomi contro la direzione, denunciando tutta una serie di cose che non funzionavano nell’istituto.
Così una sera insieme a tutta la sezione abbiamo fatto mancato rientro, lamentando questi malfunzionamenti e cercando di farli risolvere, ma ovviamente dopo vari tentativi da parte della sorveglianza generale interna di farci rientrare in cella, invece, la situazione è andata fuori controllo; alla fine mi hanno fatto rapporto, chiuso in cella per qualche giorno e trasferito in un altro istituto. Mentre stavo arrivando lì mi sentivo anche contento, sia per il trasferimento che era quello che volevo e sia perché sapevo che in qualche modo la Sorveglianza di Perugia era buona. Come sono arrivato in quel carcere mi hanno messo al circondariale per osservazione, un manicomio vero e proprio, succedevano casini tutti i giorni, un carcere sottosopra. Dall’altra parte avevo per fortuna un’educatrice capace e sensibile alla mia situazione.
Non si capacitava che ero ancora in carcere dopo tutti questi anni e in qualche modo la cosa mi faceva sperare bene, perché comunque la Sorveglianza funzionava e mi rassicuravano che in un periodo di osservazione mi avrebbero concesso permessi ed eventuali misure. A fine settembre però è cambiato il magistrato, ed è arrivata una molto chiusa che non sta facendo uscire più nessuno. E infatti subito mi rigetta il permesso per i miei trascorsi. Così, il diavolo ha ricominciato ad accarezzarmi i capelli, e i toni mi sono diventati sempre più accesi. Alla fine, dopo vari casini, hanno sanzionato me, con rapporto disciplinare, e 15 giorni di isolamento, come promotore di disordini e sommosse, dove in realtà io ero la parte lesa. Dopo qualche giorno, mi hanno trasferito qui a Prato per ordine e sicurezza. Sono arrivato a dicembre e subito mi sono attivato per l’università, e ho scritto al magistrato di sorveglianza che, dopo gli accertamenti di rito, mi ha accolto il ricorso sul diritto allo studio ed al possesso del PC; cosi mi hanno dato di nuovo il computer un mese fa, mentre a Perugia in 7 mesi di pressioni e solleciti dall’educatrice non mi hanno mai dato il PC, e aspetta, aspetta hanno fatto prima a partirmi. Per gli studi alla fine mi hanno fatto perdere un anno e, a dire la verità, mi hanno fatto passare pure la voglia. Dove mi trovo ora è un carcere veramente disordinato e quello che mi trattiene qui è solo il fatto che la sorveglianza non è male”.
Una vita passata a inseguire il miraggio di un permesso o una misura alternativa
Quella di R.D. è purtroppo una vita da galera passata a inseguire il miraggio di un permesso o una misura alternativa, che dovrebbero costituire la normalità di una detenzione che abbia un senso e invece troppo spesso sono intesi come un beneficio e non come un diritto, che era invece il modo in cui li intendeva un grande magistrato di sorveglianza, Alessandro Margara. Il detenuto R. D., come tanti altri che stanno scontando una pena tutta in galera, prima o poi da quella galera uscirà, perché non possiamo riempire le carceri di condannati a vita; e allora la scelta meno rischiosa è di accompagnarli gradualmente con le misure alternative a riconquistarsi e imparare a gestire la loro libertà.
