Separazione delle carriere, il clima politico rovente e l’alternativa del voto: o uno Stato di diritto compiuto, o l’eterno sospeso

NICOLA GRATTERI MAGISTRATO

«Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità». È la formula con cui il presidente del collegio giudicante ammonisce il testimone in aula. Noi la ribaltiamo su quanti, oggi, parlano della riforma sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti senza dire la verità. La riforma, approvata dal Parlamento, sarà sottoposta a referendum confermativo in primavera: solo allora diventerà legge.

Il clima politico, com’era prevedibile, si è arroventato subito dopo l’approvazione al Senato, e tale resterà da qui ad aprile. L’Anm ha scelto di agire come un soggetto politico. Ha già schierato le sue truppe per far vincere il «no», lasciando libertà ai pubblici ministeri più attivi di trasformarsi in “agit-prop”. Il caso più evidente è quello di Nicola Gratteri che combatte fuori dalla politica, ma con dentro tutto lo spirito corporativo della magistratura inquirente. A favore del Sì è sceso in campo Antonio Di Pietro, da sempre sostenitore della separazione.

La riforma, tuttavia, non riguarda solo l’ANM, ma già il fatto che sia passata in Parlamento è, di per sé, un evento impensabile fino a pochi anni fa. Restano in campo i reduci di Mani Pulite: non “convertiti” sulla via di Damasco, ma ancora prigionieri della sindrome di Stoccolma verso un modello giudiziario che hanno abitato e difeso. E poi ci sono i “riformisti alla Gori” nel PD, contrari alla riforma pur sapendo che una parte consistente della stessa sinistra voterà Sì. Strano a dirsi: l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi lascia libertà di voto agli iscritti e simpatizzanti di Italia Viva e lui stesso non ha ancora deciso. E non è il solo dubbioso: anche un ex ministro di Giustizia è rimasto in mezzo al guado.

La sinistra che ha perso «anema e core» recidendo il legame storico con lo Stato di diritto, dovrebbe prendere atto che una vittoria del Sì non trasformerebbe l’Italia nell’Ungheria di Orbán, né metterebbe la giustizia al servizio del governo di turno. È falso che i magistrati perderanno indipendenza: era sacrosanta, resterà sacrosanta. Con la separazione delle carriere e il sorteggio dei membri togati del CSM, i PM non riceveranno ordini dalla politica: al contrario, ritroveranno la loro vera natura, quella di una parte processuale, non di un contropotere. Il CSM, liberato dal peso delle correnti, tornerebbe a essere ciò che la Costituzione prevede: un organo di garanzia, non la cinghia di trasmissione di partiti o cordate interne alla magistratura.

Le critiche al sorteggio, infatti, sono più ideologiche che giuridiche: avrebbero senso solo se si dovesse eleggere un organo politico-rappresentativo, non se si vuole garantire terzietà. La riforma è geneticamente socialista. I riformisti autentici non dovrebbero opporsi: se la legge vedrà la luce, rafforzerà lo Stato di diritto e sarà scritta nella loro storia. Dire No “per non fare un favore alla Meloni” significa avere memoria corta e identità smarrita. «La legge è uguale per tutti», si legge nelle aule di tribunale in caratteri cubitali, ma – orwellianamente – “per alcuni è più uguale degli altri”. Una giustizia non al di fuori o al di sopra della legge, ma dentro la legge: la cui vis sta nell’oggettività, non nell’interpretazione arbitraria. La riforma approvata dal Parlamento non è la resa dello Stato alla politica, ma il tentativo – tardivo ma necessario – di riportare la giustizia dentro il perimetro costituzionale di un processo davvero terzo, non più dominato da una sola corporazione.

Il referendum non deciderà il destino del governo Meloni, ma la qualità dello Stato di diritto per i prossimi decenni. È un voto che riguarda la Repubblica, non la maggioranza del momento. In primavera, gli italiani non saranno chiamati a scegliere tra destra e sinistra, ma tra la permanenza dell’equilibrio costituzionale e il congelamento dell’esistente. Dopo quarant’anni di rinvii, alibi ed emergenze, la questione non può più essere elusa. O uno Stato di diritto compiuto, o l’eterno sospeso.