Separazione delle carriere, la scelta sorprendente di “Guida al Diritto” del Sole 24 ore: penalisti dipinti come ideologici rosiconi

Scelta sorprendente quella di “Guida al Diritto”, Rivista del gruppo Sole 24 ore, che ha deciso di pubblicare negli ultimi numeri un vademecum (sta per spiegazione?) sulla riforma della giustizia, confezionato dal Professor Giovanni Verde per una parte e per altra dal Professor Giuseppe Finocchiaro.

Le presa di posizione dura contro la Separazione delle carriere

Prese di posizione durissime contro la Legge di riforma costituzionale di prossima definitività, in calendario per la seconda lettura al Senato e destinata al passaggio referendario. Con la riforma finalmente si realizzerà la separazione delle carriere dei Giudici da quelle dei Magistrati del Pubblico Ministero. Il vademecum, è presentato non come uno dei possibili contributi critici nell’ambito di un confronto tra diverse posizioni, ma come oggettiva spiegazione, con tanto di tavole sinottiche, delle ragioni di opposizione alla separazione delle carriere. Penalisti dipinti come ideologici rosiconi, contrari alle “ragioni” della vittima, arrabbiati perché nel processo contano meno del loro contraddittore processuale. Chissà come sarà contenta ANM.

L’armamentario

Si ripropone poi tutto l’armamentario che gli stessi “ideologi” propugnatori del no alla riforma, sembravano aver abbandonato, quantomeno nelle sedi di divulgazione tecnico-scientifica: “PM sceriffo e sottoposto all’esecutivo”, “Ipertrofia del ruolo della Polizia Giudiziaria”, e ancora “La separazione non risolve i veri problemi della giustizia”, “L’abominio del sorteggio” e compagnia bella. I contributi sembrano scritti apposta per gli avvocati civilisti che, ritenuti privi di esperienza diretta del funzionamento della macchina penale, non comprenderebbero fino in fondo quanto la Riforma tradirebbe lo spirito e la lettera della Costituzione. Scopriamo così che l’art. 111 della Carta ha un valore diverso, non consentaneo alla cultura dei padri costituenti. Ancora, si propone l’idea per la quale unità delle carriere significherebbe una comune cultura della giurisdizione che attrae e coinvolge il Pubblico Ministero in un’area di rispetto di una comune cultura della prova e del giudizio. Questo forse è l’aspetto più trito del contributo.

Va subito chiarito che non esiste una “cultura della giurisdizione”, se con essa si intende un comune sentire di tutti gli attori del processo. La ragione è semplice ed è data dalla conventio ad excludendum nei confronti della difesa. Ciò che invece è spesso dato riscontrare è un “comune sentire” del Giudice e del Pubblico Ministero, accomunati da una visione efficientista della prova che mina proprio la terzietà, valore fondante dell’accusatorio a tutte le latitudini e ben scolpito nell’art. 111 della Costituzione.

Vale la pena ricordare che la unicità delle carriere è tipica dei regimi autoritari – così anche nella storia del nostro Paese – che non tollerano il Giudice terzo e che vogliono il potere magistratuale contrassegnato da una comune cultura d’ordine.

È la terzietà del Giudice che la separazione delle carriere intende realizzare, portando così a compimento il disegno del legislatore del 1988, allora fermatosi sulla soglia della riforma ordinamentale. Al Pubblico Ministero spetta la cultura della legalità, la sua soggezione alla legge, certo anche la spinta investigativa destinata a trasformarsi in iniziative giudiziarie, per le quali però dovrà sempre essere autorizzato dal Giudice che assumerà le proprie determinazioni dopo aver realizzato dinanzi a sé il contraddittorio nelle diverse forme previste a seconda delle fasi del procedimento.

Coloro che temono il Pubblico Ministero indipendente e autonomo, che fino a prova contraria è un leale Magistrato della Repubblica fedele alla Costituzione, sono gli ossessionati dai racconti del Dottor Davigo. Prendiamo atto che gli illustri compilatori paiono aver affinato nel tempo ultimo il loro pensiero (ci consentirà il professor Verde di ricordare le sue considerazioni sulla figura del Pubblico Ministero e sull’obbligatorietà dell’azione penale raccolte in un suo importante saggio di qualche anno fa), ma oggi evidentemente à la guerre comme à la guerre.

Speriamo che anche “Guida al diritto”, alla quale pure si deve dare atto di avere ospitato i contributi favorevoli del Presidente del CNF e del Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane in occasione degli appuntamenti istituzionali dell’Avvocatura, voglia dare spazio nel prossimo futuro alla illustrazione dei profili scientifici “delle ragioni del sì”.