Le ragioni di un Sì
Separazione delle carriere, le domande poste dal fronte del ‘No’ all’esame degli esperti
«È vero che questa riforma costituzionale comporterebbe – o comunque agevolerebbe – una soggezione della magistratura alla politica, fino a prefigurare la minaccia di una futura subordinazione dei Pubblici ministeri al governo? È corretto sostenere che il meccanismo previsto per la composizione dei due Csm finirebbe per indebolirne la rappresentatività, il prestigio e la qualificazione, alterando al tempo stesso gli equilibri a favore della componente politica? Si può dire che una vittoria del Sì al referendum rafforzerebbe il governo Meloni e la maggioranza che lo sostiene? Oppure, in questo modo, c’è il rischio di sovrapporre il piano delle scelte costituzionali a quello della dialettica politica tra maggioranza e opposizione?».
Sono queste le domande, tratte dalle argomentazioni chiave poste dal fronte del No al referendum, attorno alle quali hanno esposto le loro riflessioni gli ospiti dell’incontro pubblico promosso dal Comitato Giustizia Sì, fondato dal Partito Liberaldemocratico, dal titolo: «Sì perché… Una scelta consapevole», svoltosi ieri a Roma. A formularle, Giulio Vesperini, cofondatore del Comitato, che ha moderato i lavori. «Avere carriere separate di Giudici e Pubblici ministeri – ha spiegato Francesco Petrelli, Presidente Unione Camere Penali – discende inevitabilmente dalla scelta fatta dal legislatore nel 1988 di voltare pagina sul vecchio modello di processo inquisitorio sopravvissuto alla svolta repubblicana e democratica del Paese e di adottare il nuovo modello garantista e liberale di stampo accusatorio. Da parte del fronte del No si dovrebbe avere il coraggio di riconoscere che il rifiuto della separazione delle carriere implica il rifiuto del nuovo modello accusatorio, repubblicano e democratico che il Paese si è dato. Nonostante si tratti, infatti, di riforme tutte saldamente iscritte nella storia democratica e nello spirito repubblicano del nostro Paese, ci si ostina a difendere con argomenti privi di una seria base giuridica».
«Fin dal 1987, quando in Parlamento approvammo la riforma del codice di procedura penale, ho una convinzione profonda ripetuta in ogni occasione: una volta modellata su questo la procedura penale, la distinzione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti è inevitabile ai fini del rispetto del principio di parità. Il referendum serve non per dimostrare se ha più ragione il centrodestra o il centrosinistra; serve per decidere nel merito di una questione precisa che viene sottoposta a giudizio dei cittadini», ha ribadito Claudio Petruccioli, saggista ed ex deputato.
«La separazione delle carriere – questa la riflessione del giornalista Alessandro Barbano, direttore del quotidiano L’Altravoce – non è una garanzia della politica contro l’invasività della magistratura, ma è una garanzia del cittadino nei confronti del potere autoritativo dello Stato. Realizza quella protezione dell’innocente che la Costituzione prescrive all’articolo 27 e che si realizza in concreto attraverso il principio del giusto processo. Per questo va sostenuta come una grande battaglia popolare di civiltà».
«Sarebbe bello che in questa campagna referendaria si riuscisse per una volta a ragionare con calma sul merito della riforma. Senza né destra, né sinistra, né centro; senza maggioranza o opposizione, senza propaganda e senza curve ultra. Il Pld – con il suo comitato Giustizia Sì – farà così», ha sottolineato in conclusione il deputato Luigi Marattin, segretario del Partito Liberaldemocratico.
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