Separazione delle carriere: nel 2026 appuntamento con la storia. Italia al voto contro il potere delle procure

SEGGIO ELETTORALE SCRUTATORI URNA URNE

Il 2026 si apre con gli occhi fissi su di una data: quella della domenica e del lunedì in cui l’elettorato sarà chiamato alle urne per il referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati (e su gli altri aspetti della riforma Nordio). Sarà per l’Italia un appuntamento con la storia, come lo fu il referendum istituzionale del 2 giugno del 1946. Allora gli italiani furono chiamati a decidere se il loro futuro dovesse restare nelle mani delle vecchie camarille che avevano supportato vent’anni prima il fascismo o essere affidato ad un nuovo ordinamento repubblicano più coerente con la svolta democratica che aveva contribuito alla liberazione del Paese.

Insieme alla scelta istituzionale fu eletta una assemblea costituente che varò la carta fondamentale del 1948. Come ebbe a dire in quegli anni Piero Calamandrei, un processo di natura costituzionale è sempre un atto di rottura con il passato e di polemica con i suoi fondamentali principi. Lo Statuto Albertino rompeva con l’assolutismo e il legittimismo; la Costituzione del 1948 con il fascismo e la monarchia. Una vittoria del Sì nel referendum confermativo darà l’avvio ad un percorso di liberazione dal potere anomalo delle procure che, a pensarci bene, sono il potere costitutivo su cui si basa quella che viene chiamata impropriamente Seconda Repubblica. All’inizio degli anni ’90 si svolse quella marcia su Roma delle Toghe (un altro “vento del Nord”) che travolse le istituzioni della Repubblica, attraverso l’agonia dei partiti. Da anni il regime dei partiti è visto come un insieme di disvalori. Fu così anche per il fascismo nei confronti dei vizi dell’Italia giolittiana, perché le democrazie – come diceva un grande statista del secolo scorso – sono il peggiore di tutti i regimi eccezion fatta per tutti gli altri. Anche la Repubblica delle procure ha lavorato nel profondo delle opinioni pubbliche per delegittimare la politica, che peraltro ci ha messo tanto del suo per scavarsi la fossa.

Ma l’esproprio dei partiti ha assunto un significato golpista, di manomissione dell’ordinamento democratico nei suoi caposaldi perché il legislatore costituzionale all’articolo 49 (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”) non si limitava a riconoscere un fondamentale diritto di libertà, ma promuoveva un metodo di governo, dove spettava ai partiti condurre i cittadini a determinare la politica nazionale. Durante la prima Repubblica, i partiti erano mondi compiuti in grado di orientare i propri militanti in tutte le attività del loro vivere civile: dal lavoro alla partecipazione politica, fino alla cultura e allo sport. Dai partiti e dalle loro ideologie venivano offerte risposte ad ogni possibile domanda proveniente dalla società civile, fino alle degenerazioni dell’appartenenza, delle lottizzazioni, del soffocamento delle autonomie sociali. Il partito tendeva a divenire il regista dei corpi sociali di riferimento (vedi la cinghia di trasmissione partito/sindacato), ma la sua azione finiva prima o poi per misurarsi con un limite: il ruolo dei corpi intermedi che tendevano a conquistarsi uno spazio di azione autonomo per far valere e contare gli interessi rappresentati.

Il caso più clamoroso è quello delle organizzazioni di massa, dai sindacati alle associazioni imprenditoriali ed economiche: ogni soggetto ha le sue radici, ma se non trova intese con gli altri soggetti che svolgono la medesima funzione, finisce invischiato in una posizione collaterale e subalterna. Al riparo dalle loro ideologie strutturate, le grandi forze politiche erano in grado di consentire una dialettica al loro interno e tra loro e i corpi intermedi. La loro scomparsa, al pari dei grandi sauri, non ha determinato un nuovo ordine, ma il caos, come dopo l’esplosione in mille pezzi di un pianeta. Dall’eclissi dei grandi soggetti politici vengono colpite anche le istituzioni coinvolte; ma non solo. Anche l’individuo si trova ad essere più solo, perché non fa più parte di una comunità organizzata che si è dileguata. Anche gli strumenti della comunicazione fanno il resto. Nella società dei partiti e delle grandi idealità c’erano i giornali, le riunioni delle sezioni, i comizi, i congressi, il confronto politico: tutte modalità e procedure che tendevano a determinare un convincimento comune del soggetto collettivo.

Oggi ognuno è chiamato a misurarsi con la sfida di formarsi un’opinione, il più possibile stabile e veritiera, nella sarabanda dei social, senza valersi di quella possibilità di discernimento che è frutto del rigore, dello studio e del confronto con gli altri. Le grandi organizzazioni inducevano al dialogo e alla battaglia delle idee; la società di oggi è fatta di monadi senza porte né finestre. E il “politicamente corretto” finisce per prendere il posto dello stato di diritto.