Shafa, l’ex funzionario dello Shah: “L’Iran sarà laico e democratico, giovani e anziani ancora in strada nonostante i 20mila morti”

E se tornasse lo Shah? È la domanda che si pone l’Occidente, non certo senza scetticismo, di fronte alle manifestazioni in Iran. Nonostante la repressione, le proteste non si fermano. L’eventualità di un intervento esterno degli Usa pare in stand by. Ma cosa vorrebbe dire la restaurazione della monarchia a Teheran? Lo abbiamo chiesto a Daryoush Shafa, al tempo Direttore generale degli affari culturali della Corte di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shah di Persia.

Dal suo punto di vista di ex membro della Corte, quali furono le vere cause della caduta del Trono del Pavone nel 1979?

«Per rispondere, bisogna tornare brevemente all’inizio del XX secolo, quando la nostra patria intraprese un cammino che nessun altro Paese della regione osava neppure immaginare. Reza Shah Pahlavi, il padre dell’ultimo Shah, salvò l’Iran dalla spartizione tra impero zarista e britannico. Successivamente, suo figlio ambiva a collocare l’Iran nel rango che considerava un diritto naturale della sua patria, senza rendersi conto che questa aspirazione lo avrebbe posto, da solo, di fronte a un mondo non disposto a sconvolgere l’ordine esistente».

Siamo negli anni della guerra fredda e quindi del bipolarismo tra i blocchi Usa-Urss.

«Quando questa ambizione oltrepassò i confini regionali e divenne una questione centrale per i “grandi” del pianeta, la reazione fu compatta. Lo Shah si considerava il garante delle aspirazioni di un popolo che era passato dal nulla a quasi tutto. La sua convinzione di voler far entrare il Paese nei Club dei Grandi alimentò preoccupazioni. Ne emerse una domanda cruciale: come prevenire il rischio che altri Paesi, di quello che allora era chiamato Terzo Mondo, si accodassero al nostro mettendo in discussione l’intero sistema?».

Ed è questo, secondo lei, il vero motivo della caduta della monarchia?

«Tutto ebbe inizio con la celebrazione grandiosa del 2.500º anniversario della fondazione dell’Impero iranico da parte di Ciro il Grande (nel 1971, Ndr). Da quel momento, il ticchettio dell’orologio non si arrestò più fino al 1979. Parallelamente prese avvio una propaganda che dipingeva il sistema monarchico come dispotico e sanguinario. La polizia politica, il Savak, fu trasformata in un’icona del terrore, un’immagine che, ancora oggi, persiste nell’immaginario collettivo».

Come reagì la monarchia?

«Lo Shah non batté ciglio. Forte della sua convinzione che il patto tra lui e il popolo fosse indissolubile, proseguì sulla strada di un Iran ambizioso e sovrano. Nel 1974 annunciò che, se le “Sette Sorelle” del petrolio non avessero accolto le richieste iraniane, il mancato rinnovo dei contratti petroliferi alla scadenza del 1979 le avrebbe esposte a rischi concreti. Ricordo che in gioco era il prezzo molto basso del petrolio del Golfo Persico, che all’epoca rappresentava quasi il 75% della produzione mondiale. Le major non volevano che la domanda domestica di energia dell’Iran diventasse un esempio per altri Paesi della regione».

E qui arriviamo alla caduta.

«Il lavoro congiunto tra Occidente-Unione portò a un risultato finale senza precedenti, qualcosa che sembrava uscito direttamente da un romanzo di fantascienza: l’ayatollah Khomeini e la creazione di un’entità altrettanto inedita e sconvolgente, la Repubblica Islamica».

Possibile che nessuno della Corte capì in tempo la portata del consenso intorno a Khomeini e che la rivoluzione fu sottovalutata fino all’ultimo?

«Tutti percepivano il pericolo, ma ancora a ridosso degli eventi nessuno credeva davvero in un crollo così rapido. Lo Shah, peraltro malato di un cancro, governava di fatto da solo e nessuno metteva in discussione la sua autorità».

In cosa l’Iran di oggi è diverso da quello del 1979?

«La rivolta nazionale di oggi è un intreccio di speranze e aspettative. Nelle strade dell’Iran, milioni di giovani e di anziani affrontano a mani nude i Guardiani della Rivoluzione. Hanno già pagato un prezzo spaventoso: oltre ventimila morti in un paio di settimane. Se, nonostante un costo così terribile, continuano a scendere in strada, è perché questa generazione — istruita e qualificata — ha ormai deciso di non poter più vivere sotto un regime oscuro e fallimentare. Un regime che, incapace di porre rimedio alla propria gestione catastrofica delle risorse idriche, arriva a invitare la popolazione a pregare per la pioggia, presentandola come soluzione ai disastri da esso stesso prodotti».

La restaurazione monarchica è uno scenario politico realistico o una narrazione coltivata dall’esilio?

«Gli iraniani chiedono la sostituzione dell’attuale regime con un sistema libero, democratico e laico, capace di proteggere i propri cittadini, agire nel loro interesse e di non addestrare più terroristi destinati a essere esportati in tutto il mondo. Il principe Reza Pahlavi, su richiesta del popolo iraniano — il cui nome è acclamato in ogni manifestazione — ha accettato di assumere il coordinamento di questo movimento fino alla liberazione dell’Iran. È il punto di raccordo e la guida morale di questa immensa mobilitazione. Quanto al ruolo che assumerà nel futuro dell’Iran, sarà esattamente quello che il popolo iraniano deciderà di affidargli».

Se la Repubblica Islamica crollasse, quale forma di governo dovrebbe nascere per evitare un nuovo autoritarismo, con o senza la monarchia?

«La gioventù iraniana non accetterà mai una forma di governo che non sia laica e democratica. Questo futuro assetto potrà assumere la forma di una monarchia costituzionale, sul modello della Spagna o dei Paesi scandinavi, oppure quella di una repubblica laica. Sarà il popolo iraniano a decidere».

Un intervento esterno, ovviamente dagli Usa, e di carattere militare, sarebbe utile?

«Io mi limito a fare un appello alla coscienza del mondo libero, in solidarietà con questo popolo, ma anche per la sua propria sicurezza futura, affinché fornisca assistenza in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo ritenga appropriato e possibile. Rafforzare le possibilità della lotta profondamente impari dei giovani iraniani significa comprendere che con la loro vittoria – e con l’avvento di un Iran democratico – nessuna minaccia, nessun terrorismo peserà più sul mondo».