Sondaggi Referendum giustizia, Brunetti: “Il Sì è in vantaggio ma vietato adagiarsi. Riformisti e libdem decisivi, dal No forzature ideologiche»

Il 57% degli italiani sui social si esprime a favore del referendum sulla separazione delle carriere. Un dato che assume un peso ancora maggiore se incrociato con un altro elemento emerso dal report «Giustizia e Referendum» di Spin Factor: due italiani su tre non hanno fiducia nel sistema giudiziario. Un vantaggio netto per il fronte del Sì, che però non consente di abbassare la guardia. Ne parliamo con Tiberio Brunetti, fondatore di Spin Factor.

Due italiani su tre non hanno fiducia nel sistema giustizia. Quanto inciderà questo dato sull’esito del referendum?
«Molto. Due italiani su tre esprimono un sentiment negativo verso il sistema giustizia. È percepita con forza la mancanza di certezza della pena e la lentezza dei processi, due elementi che incidono direttamente sulla vita quotidiana di cittadini e imprese. A questo si aggiunge un coinvolgimento emotivo alimentato da casi di cronaca giudiziaria controversi – penso a Garlasco o alla cosiddetta “famiglia nel bosco” – che rafforzano l’aspettativa di un cambiamento strutturale e non più rinviabile del sistema».

Il Sì è avanti con il 57%. Si tratta di un consenso consolidato o ancora fluido?
«È un consenso significativo, ma non definitivo. I sostenitori del Sì sono partiti prima nello spiegare le proprie ragioni e hanno occupato con maggiore continuità lo spazio del dibattito pubblico. Questo ha permesso di fissare alcuni frame favorevoli alla riforma. Tuttavia la complessità del quesito resta un elemento critico: se non si continua a semplificare e a collegare la riforma alla soluzione di problemi concreti vissuti dai cittadini, i dati potrebbero cambiare».

Che ruolo possono giocare i riformisti del centrosinistra e l’elettorato di Azione, Italia Viva e del Partito Liberaldemocratico?
«Fondamentale. È un’area elettorale meno ideologica e più sensibile ai temi dell’efficienza istituzionale, dell’equilibrio tra i poteri e del buon funzionamento dello Stato. Se il confronto resta sul merito della riforma e non sulla contrapposizione politica, una parte rilevante di questi elettori potrebbe orientarsi verso il Sì, o comunque decidere di non sostenere il fronte del No».

La partita, però, non è chiusa. Il centrodestra può permettersi di dormire sonni tranquilli?
«No. Mancano ancora due mesi e nelle prossime settimane si entrerà nel vivo della campagna referendaria. Il fronte del No è ancora in fase di organizzazione e non ha individuato con chiarezza il focus su cui articolare il proprio messaggio, ma conserva potenziali margini di recupero. In un referendum, soprattutto su un tema tecnico, l’astensione e l’indecisione possono giocare un ruolo decisivo».

Il No punta molto sulla politicizzazione della consultazione. È una linea efficace?
«La sconsiglio vivamente. Tentare di politicizzare il referendum, mescolando il tema della giustizia con questioni di geopolitica o con una contestazione generale dell’operato del governo, da un lato può coagulare la mobilitazione dei movimenti e dei simpatizzanti della sinistra, dall’altro però rischia di risultare respingente per gli elettori di centrosinistra e centro più riformisti e moderati.

Gli italiani vogliono discutere di come funziona la giustizia e di come questa riforma possa cambiare in meglio il sistema, non trasformare la consultazione in un voto pro o contro l’esecutivo.
Questo tipo di narrazione genera scetticismo e non convince chi è indeciso. Anzi, in molti casi rafforza il fronte del Sì, perché viene percepita come una forzatura ideologica che non risponde ai problemi reali del sistema giudiziario e alla domanda di riforma che emerge con chiarezza dal Paese».

I toni allarmistici sulle presunte derive autoritarie come vengono percepiti dall’opinione pubblica?
«C’è una parte della politica, soprattutto nel mondo della sinistra – non solo a livello italiano, ma nell’intero Occidente – che è ancora schiava di schemi novecenteschi e finisce con il parlarsi addosso in una bolla sempre più piccola. Questi messaggi non arrivano agli elettori. Da questo punto di vista, il centrodestra si sta muovendo in maniera molto matura: bisogna stare sul problema e sulla soluzione. Il resto conta sempre meno».