Per l’Unione Europea la sostenibilità è ormai più di una strategia: è la grammatica della propria identità, il linguaggio con cui tenta di coniugare economia, valori e potere. Negli ultimi anni Bruxelles ha cercato di tradurre questo principio in norme vincolanti, trasformando l’etica d’impresa in diritto positivo. Ne sono nate due direttive cardine: la Corporate Sustainability Due Diligence Directive, che introduce obblighi di vigilanza lungo le filiere globali, e la Corporate Sustainability Reporting Directive, che fissa standard comuni di rendicontazione e trasparenza.

La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D), approvata il 13 maggio 2024 ed entrata in vigore il 25 luglio, rappresenta un passaggio storico: per la prima volta le grandi imprese europee — e anche quelle di Paesi terzi con un fatturato superiore a 450 milioni di euro generato nel mercato dell’Unione — dovranno identificare, prevenire e, se necessario, correggere gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente lungo tutta la catena del valore.

A completare il quadro, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) ha esteso gli obblighi di rendicontazione a circa 50.000 imprese europee, comprese quelle non europee con attività significative nell’Unione. L’obiettivo è garantire un’informazione comparabile sugli impatti ambientali, sociali e di governance. Ma per molte aziende, specie di media dimensione, l’effetto collaterale è un aggravio di costi e procedure che rischia di rendere la sostenibilità più burocratica che trasformativa.
Proprio per riequilibrare questo impianto, la Commissione europea ha proposto nel 2025 il pacchetto di semplificazione “Omnibus I”, volto ad alleggerire gli adempimenti e a rendere più prevedibile l’attuazione delle direttive. Il 13 ottobre 2025, la commissione giuridica del Parlamento europeo (JURI) ha approvato un testo che alzava le soglie di applicazione della CS3D e rimuoveva alcuni obblighi ridondanti, come i piani climatici vincolanti. Ma pochi giorni dopo, il 22 ottobre, la plenaria di Strasburgo ha respinto la proposta con 318 voti contrari e 309 favorevoli, segnalando la difficoltà dell’Unione a trovare una sintesi tra ambizione e praticabilità.

La frattura è profonda: da una parte chi teme che la semplificazione indebolisca la portata etica del Green Deal; dall’altra chi ritiene che un eccesso di regole rischi di logorare la competitività industriale europea. In mezzo, la realtà di imprese che chiedono certezze e proporzionalità.
Il tema non è solo interno. Nel suo EU CS3D Regulatory Position Paper, la U.S. Chamber of Commerce ha definito la direttiva «unprecedented regulatory overreach», avvertendo che l’estensione degli obblighi a società non europee rischia di proiettare la giurisdizione dell’Unione oltre i propri confini naturali, generando conflitti di legge e incertezza per gli operatori globali. È una critica misurata ma sostanziale, che richiama Bruxelles alla proporzionalità e al rispetto del principio di territorialità, chiedendo di costruire la sostenibilità attraverso la cooperazione, non l’imposizione.

Anche all’interno dell’Europa cresce la consapevolezza che la sostenibilità non può essere solo un ideale, ma deve restare un processo praticabile. Nel suo intervento del 30 ottobre 2025 al Senato italiano, il commissario Maroš Šefčovič ha ricordato che la semplificazione è ormai «un obiettivo condiviso dai governi europei» e che occorre «ridurre la mole di adempimenti e garantire chiarezza normativa» senza arretrare sugli standard. In altre parole, non meno ambizione, ma più coerenza.

L’Unione europea è oggi davanti a una scelta di maturità. Riformare non significa rinnegare, ma rendere le proprie regole sostenibili anche per chi le deve applicare. Il principio non è tecnico, ma politico: una norma vive solo se è comprensibile, giusta e duratura.Tra ideali e vincoli, Bruxelles deve ritrovare la misura che distingue la leadership normativa dall’autoreferenzialità. Perché la vera forza del diritto europeo non sta nella quantità delle regole, ma nella loro capacità di essere credibili, dentro e fuori i suoi confini.

Gessica Laloni

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